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  San Romualdo a Camaldoli
di Pietro PALLINI

Quello di Camaldoli non fu il primo, né tanto meno l’ultimo dei monasteri nati dall’incessante opera di fondatore alla quale san Romualdo si diede dopo il suo ritorno in Italia al termine del soggiorno presso l’abbazia benedettina di Sant Miquel de Cuixá, ma fu senz’altro il più importante.

E’ proprio da questo eremo (e dal successivo monastero) che prende il nome la congregazione benedettina riformata da Romualdo, voluta per restaurare l’antico rigore monacale che secondo lui e tanti altri riformatori dell’epoca era stato abbandonato in molte comunità, troppo inclini ad una sconveniente mollezza di costumi.

Romualdo, discendente di una potente famiglia ravennate, si avvicinò alla religione dopo un fatto di sangue di cui si trovò ad essere testimone, se non protagonista, intorno ai vent’anni di età. Ben presto il suo ardore penitenziale lo spinse a rifiutare la vita delle abbazie benedettine e a preferire l'anacoretismo, che costituisce una forma monacale intermedia tra ascetismo e cenobitismo: l’isolamento dell’anacoreta non è sempre totale, ma sono ammessi periodi anche lunghi in piccole comunità, dedite comunque alla preghiera ed al lavoro per il proprio sostentamento, sempre comunque nel rispetto di regole di vita improntate alla più rigida austerità.

Nella comunità di Verghereto, la prima da lui fondata, il rigore di Romualdo risultò insopportabile anche ai suoi stessi compagni che, pressati dai suoi continui richiami disciplinari e morali, pare lo abbiamo addirittura cacciato a vergate, e da questo fatto sembra derivi il nome dell’attuale paese. Dopo questo fatto Romualdo iniziò a peregrinare sui monti dell’Appennino, tra Romagna, Toscana, Marche e Umbria, alternando periodi di ritiro eremitico alla fondazione di numerosi monasteri.

Fu intorno al 1020, in una radura delle foreste casentinesi donatagli pochi anni prima da tale Maldolo di Arezzo, che la sua opera di fondatore di comunità eremitiche giunse al suo punto più con la fondazione di Camaldoli (contrazione di Campus Maldoli), destinato a diventare il più celebre tra i tanti eremi fondati da Romualdo, e che darà il nome alla Congregazione Benedettina riformata secondo i rigidi principi da lui stesso enunciati: la Congregazione dei Camaldolesi.

La struttura del complesso casentinese ben esemplifica lo stile di vita che da questi principi deriva: intorno alle prime cinque celle sorsero nel tempo una biblioteca, una sala capitolare, un refettorio, una foresteria per dare alloggio a pellegrini e viandanti, e altre celle. Pochi decenni dopo, a poca distanza, sorse anche il monastero, i cui monaci appartengono alla stessa comunità e vivono la stessa regola, pur seguendo stili di vita in parte diversi: maggior spazio alla vita comunitaria presso il monastero, assoluto raccoglimento personale presso l'eremo.

Tutte le celle dell’eremo, che nel corso dei secoli hanno visto soggiornare personaggi religiosi di spicco, seguono il progetto di quella di san Romualdo, che è attualmente l'unica visitabile. Hanno due “ali” laterali dove sono ubicati una cappella e alcuni locali di servizio (legnaia, bagno e ripostiglio) e sono dotate di un orto recintato da un muro dove il monaco, stagione permettendo, può passeggiare. Il camminare favorisce la meditazione, ed è per questa ragione che una volta avuto accesso, tramite un portico, alla parte centrale della cella, si trova un corridoio che corre lungo due lati del nucleo centrale. Questo corridoio, altrimenti detto vestibolo, consente al monaco di passeggiare anche in caso di condizioni meteorologiche avverse e dà accesso allo studiolo e alla camera, dove si trovano un camino, un armadio a muro e il letto, incassato in una struttura lignea che si viene a trovare esattamente al centro dell’intera costruzione.

 

 

1 vestibolo - 2 ripostiglio e/o laboratorio - 3 bagno -
4 camera - 5 letto - 6 studiolo - 7 legnaia -
8 oratorio

La pianta è quindi una sorta di “chiocciola”, ed è stata ideata tenendo a mente la necessità di difendere l’eremita dai rigori del clima, mettendolo in condizione di passare le sue giornate di lavoro, studio, meditazione e preghiera all’interno di una struttura che sia al tempo stesso anche un simbolo di raccoglimento e ricerca interiore.

Un’altra particolarità interessante, oltre ovviamente agli altri edifici religiosi, del complesso eremo-abbazia di Camaldoli è il cosiddetto “laghetto Traversari”. Si tratta di un bacino artificiale (anche se ormai naturalizzato da secoli) fatto costruire nella prima metà del XV secolo da Ambrogio Traversari, priore generale dell'ordine, per rifornire i monaci, che non mangiavano carne di pesci e anguille. Oggi è popolato soprattutto da organismi branchiati come il tritone punteggiato (Triturus vulgaris) e il tritone alpestre (Triturus alpestris) considerati a rischio di estinzione e protetti dalla Convenzione di Berna per la conservazione della vita selvatica e dei suoi biotopi in Europa.

Il laghetto Traversari in un immagine di felixgianfranco da http://www.delmutolo.com/forum/viewtopic.php?t=73112