Musei, reperti
e archeologia






1921, Palermo: un barone dal fondo tuonò :
“Coco quel lotto l’ho vinto o no??!!”
 
di Giorgio MIGLIAVACCA

Abituato ai lussuosi cataloghi d’asta degli ultimi decenni e ultimamente ai cataloghi scaricabili da internet, quando, nel “ruspare” tra le mie scartoffie, mi sono imbattuto in questo catalogo d’asta del 1921, corredato di notizie e dettagli interessanti e un buon numero di illustrazioni dei miei prediletti francobolli di Re Bomba ho messo subito il piede sul freno e ho raggiunto il mio ufficio, meno polveroso ma pur sempre pieno di scartoffie, onde esaminare con calma questo reperto archeologico.

Gli anni e il tepore (sic!) dei tropici hanno reso assai fragile questo catalogo che avevo messo da parte quasi 50 anni fa per poi dimenticarlo. Si tratta nientemeno che della 53^ asta pubblica dell’Agenzia Filatelica Internazionale “Coco Gey” tenutasi a Palermo dall’8 all’11 maggio 1921. Il titolare era il Dottor Francesco Coco Gey domiciliato a Palermo in Piazza Giuseppe Verdi 2 a due passi da un ufficio postale con timbro che indica chiaramente l’ubicazione. Francesco Coco, sempre negli anni '20, trasferì la sua attività da Palermo a Roma.
La copertina del catalogo non sarà a colori ma, a distanza di 94 anni, è un esempio d’arte grafica datata ma fascinosa, opera di Paolo Bevilacqua, uno dei maggiori esponenti del Dèco in Sicilia. Un oggetto da collezionista, indubbiamente. Anche l’ultima di copertina è adornata da una sua creazione assai accattivante perché sembra presagire il futuro della filatelia con un pellerossa e un cinese che si disputano corpo a corpo una collezione di francobolli. Forse il nostro Bevilacqua era pure lui collezionista.
Il regolamento dice chiaramente - in neretto - che “non ci sono francobolli riparati, truccati, e buste artefatte!” Piace assai il termini sofisticato “artefatto” scelto con evidente cura. Però sapendo che i furbi non mancano in filatelia Coco sentenzia che “non accettiamo di ritorno: i francobolli nemmeno da parte dei signori collezionisti che non hanno avuto agio di prenderne visione.” Sul prezzo di aggiudicazione non vi sono spese o commissioni aggiuntive eccetto per le spese postali e la “tassa di lusso” in voga all’epoca e pari al 10% del valore della transazione.
La prima tornata era fissata per la domenica 8 maggio alle 9 antemeridiane “très précises” e comprendeva 115 lotti. Dopo lotti d’oltremare ed Europa arrivano i lotti dell’area italiana con l’allora recentissimo 10 corone di Fiume con una stima “salata” di 200 lire. Per chi ama “tappezzare” le pagine dell’album vedasi il lotto 60, Sardegna, mezzo foglio di 50 esemplari dell’80c nuovo con gomma originale per 20 lire. Tra i lotti del Pontificio spicca una lettera del 4 baj giallo frazionato diagonalmente con una stima di 100 lire. Seconda tornata, lunedì 9 maggio, alle 5 del pomeriggio, parte con lotti medi e bassi e poi alle Province Napoletane, 1 grana nero con effigie capovolta per 700 lire. Intrigante il lotto 160: Italia 1863 10c segnatasse, tre esemplari su altrettante lettere, sfumature differenti, tutti non annullati, il tutto con una base di 20 lire. A breve distanza una lettera di Sicilia con “magnifique” striscia di tre del 2 grana blu scuro Tav I, posizione 81-83 e quindi i primi due sono con ritocchi sui capelli, base 450 lire. La tornata del martedì, sempre alle 5, vende i rimanenti dei 277 lotti complessivi, ma è eclissata dai lotti illustrati in gran parte sulle “Pagine Auree” inserite come supplemento del catalogo d’asta per la tornata del giorno dopo. Siamo quindi alla quarta tornata, mercoledì, alle 5 sempre con prevedibili fuochi d’artificio.

Le aste “Coco Gey” erano a cadenza mensile, ed essendo questa la cinquantatreesima è da presumere che la casa avesse battuto aste per parecchi anni. Le gemme del mercoledì comprendevano una lettera del Pontificio con un 50 bajocchi con margini veramente ampi, coppia dell’8 baj oltre ad un singolo esemplare e quindi un 6 baj, il tutto firmato Emilio Diena. Per chi avesse dubbi sulla qualità basti dire quanto elargito dalla descrizione, “insieme grazioso e raro” 550 lire. Per i pezzi “da museo” riproduco la pagina con i lotti 27 e 28 che non richiedono ulteriori commenti.
Non vado ad impelagarmi con elucubrazioni sulla possibilità che a questi prezzi si trattava di un ottimo investimento. Di concreto resta il fatto che a guerra finita c’era chi nel frattempo si era arricchito al punto d’avere fondi disponibili per spese voluttuarie, per non parlare di una corsa ai beni di rifugio accelerata dalla veloce perdita del potere d’acquisto della moneta.
Restano considerazioni varie sul fatto che la tassa di lusso probabilmente non era applicabile agli acquirenti che risiedevano all’estero. Peraltro il Dott. Coco Gey aveva conti presso banche londinesi, parigine e puranco a Vienna, Berlino, Bruxelles ed Amsterdam... alla faccia del fisco. La tassa, entrata in vigore il 26 febbraio 1920, dopo una lunga e laboriosa gestazione, colpiva le vendite di oggetti di lusso (tra i quali troviamo vini e liquori pregiati, guanti, stoffe raffinate, gioielli e manco a dirlo... francobolli). Questo balzello imperò per cinque lustri con tanto di marche da bollo emesse ripetutamente dal 1920 al 1938. Nulla di nuovo: una simile tassa era già stata applicata ai tempi del Regno di Sardegna.