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La posta dei prigionieri di guerra

I DIMENTICATI
(prigionieri di tutti)

I Campi di prigionia della II G.M.

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L’odissea del Pentcho e
il campo di concentramento di Ferramonti

Vinicio Sesso

Quella del Pentcho è la storia incredibile di una terribile odissea nell’Europa degli anni 40. Una storia che, purtroppo, spesso si ripete.

È la vicenda di un rimorchiatore fluviale vecchio ed inadatto alla navigazione, una bagnarola che il 18 maggio 1940 salpò da Bratislava. Destinazione Palestina, la Terra Promessa, controllata dagli inglesi. Yehoshua Halevy aveva il compito di sottrarre 400 giovani ebrei apolidi (polacchi, cechi, tedeschi, rumeni) dalla cattura e dalla deportazione nei campi di sterminio nazisti.

La Slovacchia nel 1939 era un paese collaborazionista assoggettato a Hitler. Le persecuzioni nei confronti degli ebrei erano cominciate presto. Ogni ebreo era controllato ed invitato ad andarsene pena il trasferimento in un campo di concentramento tedesco. Anche la Slovacchia doveva essere riservata solo ai tedeschi. Per cui in molti, da varie parti del paese e non solo, si trasferirono a Bratislava essendo venuti a conoscenza che vi erano delle possibilità di abbandonare il paese via fiume.

Yehoshua Halevy per conto di organizzazioni ebraiche con sede a Londra venne incaricato di individuare navi da acquistare per sottrarre gli ebrei dalla furia di Hitler e trasportarli in Israele.
Sul mercato trovò il Pentcho, imbarcazione italiana che si chiamava in origine “Stefano”, inizialmente venduta ai greci che successivamente la rivendettero ai capi dell’organizzazione ebraica.



Il Pentcho ricordato dalle poste slovacche con una cartolina postale

Il Pentcho era un vecchio battello fluviale con enormi ruote a pala da entrambi i lati che per raggiungere Bratislava era partito da Sulina risalendo il Danubio. Nella capitale slovacca l’attendevano 400 ebrei apolidi che avevano pagato, caro, il viaggio di solo andata per la Palestina. Saliti a bordo si accorsero che la barca era piccola e malandata, senza finestre e lo spazio a loro disposizione era un lettino di 40 cm di spazio. Potevano stare solo sdraiati oppure in piedi stipati come sardine.

Ma il desiderio di fuggire da un’Europa che non li accettava più era troppo forte. Più forte, anche, del cigolio meccanico del battello che non lasciava presagire nulla di buono. Più forte, anche, della preoccupazione del dover attraversare le frontiere di quattro nazioni ostili: Ungheria, Jugoslavia, Bulgaria e Romania. All’inizio la navigazione fu tranquilla.

Superata Budapest l’imbarcazione venne, però, ben presto attenzionata anche per il carico umano che trasportava. A Mohacs, ancora in Ungheria, il primo stop. Quattro giorni fermi. Poi, finalmente venne dato l’ordine di ripartire dopo aver rifornito di legname l’imbarcazione. Dopo 30 km a Bezdan in Serbia il battello venne di nuovo fermato. Questa volta per far salire a bordo altri 109 passeggeri, ebrei anziani, rilasciati dai campi di concentramento tedeschi. Il forte sovraffollamento e i ritardi che si erano già accumulati cominciarono ad alimentare forti tensioni a bordo e iniziarono le discussioni sia tra i passeggeri che con i membri dell’equipaggio e il comandante Igor che nel passato aveva comandato sommergibili ma era dipendente dalla cocaina e dall’alcool.

Nuovi problemi si manifestarono alle Porte di Ferro, la profonda gola lungo il confine tra Serbia e Romania. Il comandante del porto bloccò nel porto quaranta giorni il battello adducendo quale scusa la difficoltà di superare lo stretto passaggio da parte della fragile e vecchia imbarcazione. Alla fine dopo aver, lautamente, pagato tutto venne risolto con l’affiancamento da parte di due chiatte.

Dopo poco, ancora, un altro blocco tra Romania e Bulgaria. Per fortuna passarono altre quattro navi con passeggeri ebrei ed anche alla Pentcho venne consentito di ripartire non prima di aver provveduto ai necessari rifornimenti. Ripartenza per l’ultima tappa: Sulina. Città e porto franco della Romania, situata allo sbocco dell'omonimo ramo centrale del Delta del Danubio. E finalmente dopo 4 mesi arrivarono a Sulina issando la bandiera bulgara.

Il tragitto del Pentcho sul Danubio da Bratislava a Sulina


L’organizzazione aveva promesso che a Sulina avrebbero trovato una nave più grande per proseguire verso i Dardanelli ed il Mar Egeo. La nave, però, era già ripartita, forse utilizzata per trasportare altri ebrei che erano arrivati prima. La situazione già drammatica divenne incandescente. Indietro non si poteva più tornare. L’alternativa ai campi di sterminio era proseguire pur con tutte le difficoltà. Era evidente, anche, al comandante che navigare sul Mar Nero era molto problematico poiché la nave era molto instabile a causa della chiglia non adatta a reggere le onde del mare. Per cui quando il mare era mosso i passeggeri dovevano spostarsi da destra a sinistra e viceversa per mantenere la stabilità della nave.

Finalmente arrivarono a Istanbul e superati i cavilli che la burocrazia locale frapponeva alla ripartenza venne dato l’ordine di proseguire la navigazione verso il Mar di Marmara, i Dardanelli ed il Mar Egeo. Ma ben presto il risentimento accumulato nel tempo sia a causa dei ritardi per l’utilizzo di un battello inadatto che per le diverse posizioni in ordine alla rotta da seguire sfociò in animate discussioni se non in aperte insurrezioni. I problemi da affrontare sembravano insormontabili.

Lungo tutto il tratto marino per raggiungere Stampalia erano state posizionate mine, per cui si rischiava di saltare in aria da un momento all’altro. Questa volta la chiglia bassa si rivelò salvifica. Il battello viaggiava sul pelo dell’acqua immergendosi solo per un metro e mezzo e, quindi non veniva a contatto con le mine.

Nei pressi di Stampalia il Pentcho venne avvistato dai motoscafi anti sommergibili (MAS) 523 e 531 dell’XI squadriglia che rientravano da una missione di caccia antisommergibile. Le due unità lo affiancarono fino a Stampalia rilevando che a bordo vi erano 509 persone tra cui 142 donne e 9 bambini. Le condizioni rilevate dai militari accorsi in soccorso del piccolo battello erano indescrivibili. Stracarico e maleodorante. Venne, però, rifornito di frutta e verdura ed i profughi vennero assistiti sia dal punto di vista igienico che sanitario. Dopo poco il Pentcho riprese il viaggio per percorrere l’ultimo tratto verso la Palestina. Per arrivarci doveva, ancora, forzare il blocco inglese.

Altri problemi erano, però, già in vista. L’acqua potabile cominciò ben presto a scarseggiare in quanto doveva essere utilizzata, anche, per raffreddare i motori. Il capitano decise, obtorto collo, di utilizzare acqua salata per i motori. Gli effetti furono devastanti. La caldaia esplose e l’imbarcazione, senza più guida, andò alla deriva nel mar Egeo, in panne, tra Rodi e Creta. Cominciò a imbarcare acqua in balia delle onde e del vento. Con delle lenzuola vennero fabbricate delle vele per tentare di dare una direzione. Ma nella notte il battello, con l’aumento del vento e delle onde, finì contro un’isola. Piuttosto uno scoglio di origine vulcanica del tutto disabitato e senza ombra di vita vegetale o animale. Kamilonisi.

I passeggeri vennero fatti sbarcare e con essi il prezioso carburante ed i viveri. Per pernottare vennero costruiti ripari con le coperte e la nave venne, ben presto, smantellata per procurarsi la legna per superare il freddo. La nave, alla fine, si spezzò in due ed affondò. Per fortuna, in un anfratto dello scoglio, venne trovata acqua dolce. La voglia di sopravvivere era comunque ancora fortissima.

Dopo tante peripezie non si poteva rinunciare alla vita e alla salvezza. Vari furono i tentativi per contattare i soccorsi. Bottiglie con messaggi lanciate in acqua per raggiungere improbabili soccorritori ma anche riparare l’unica scialuppa sopravvissuta affinchè cinque uomini robusti e coraggiosi potessero riprendere il mare alla ricerca di chi potesse portare in salvo quanti rimasti sulla terraferma. Vennero anche utilizzati tutti gli specchietti disponibili in modo da costruire un grande specchio per attirare l’attenzione di eventuali aerei che potessero sorvolare l’isola.

I profughi vennero, anche, avvistati da mezzi della ricognizione britannica che però non intervennero in quanto impegnati nel rimorchio dell’incrociatore Liverpool danneggiato dagli italiani.

Intervenne, invece, la Regia Marina Italiana con un piccolo mezzo al comando del capo di 1° classe Carlo Orlandi. Con il “Camogli” recuperò i naufraghi del Pentcho, li rifornì e li trasportò a Rodi tra il 18 e il 26 ottobre 1940. Prima le donne ed i bambini secondo le leggi del mare. Immutabili e fondamentali. Il Comandante Carlo Orlandi, pesarese di nascita e napoletano di adozione, per non farsi scoprire dai nemici navigò durante la notte a luci spente a rischio della sua vita e di quella dei suoi marinai.

Dopo l’8 settembre venne catturato dai tedeschi ed internato a Dachau.

A Rodi, i profughi vennero alloggiati in una tendopoli alla mercè delle intemperie. Poi vennero trasferiti in una caserma. Rimasero a Rodi circa 500 giorni. Poi, anche, a causa della scarsezza di viveri venne deciso, anche a seguito di intervento del Croce Rossa Internazionale, di trasportarli in Italia in un campo di concentramento in Calabria. A Ferramonti.

Nell’Italia, alleata dei nazisti, verso i luoghi da dove erano scappati. A Rodi rimase solo una famiglia che aveva trovato dei parenti sull’isola. Non si salvarono. Dopo l’8 settembre con l’arrivo dei tedeschi la loro sorte era segnata. In Germania nei campi di sterminio.

Vennero allestite due navi per il trasferimento. La prima diretta a Bari, la seconda a Lero per una sosta presso una base militare italiana. Qui il signor Alessandro Ehrlich registrò la nascita del figlio presso le autorità militari italiane. L’aveva chiamato Benito. Benito Ehrlich. Un gesto di gratitudine nei confronti del Duce. Da adulto cambiò il nome in Benjamin.

Da Bari verso il campo di concentramento di Ferramonti che era situato in località Tarsia nella valle del Crati, a circa 40 km da Cosenza. Zona di malaria già bonificata. Nell’ex cantiere venne posizionato il comando, l’infermeria, gli uffici e le novantadue baracche di legno destinate ad ospitare cica 3.000 persone. Tutt’attorno il filo spinato e le 12 garitte di sorveglianza. Il campo ospitò in tutto 3823 internati. In maggioranza ebrei stranieri, prigionieri politici greci e jugoslavi oltre ad un centinaio di cinesi.

I naufraghi del Pentcho arrivarono nel gennaio 1942. A sorvegliare vennero destinati settanta militi fascisti e quaranta agenti di Pubblica sicurezza diretti dal commissario di P.S. Paolo Salvatori e dal maresciallo dei carabinieri Gaetano Marrari. La vita del campo scorreva tranquilla. I naufraghi del Pentcho, finalmente, poterono trovare una sistemazione che desse la parvenza di una casa, e dedicarsi, anche, ad una attività lavorativa.

I bambini riprendere gli studi grazie ad insegnanti jugoslavi, anche loro internati. Si celebrarono anche tanti matrimoni tra i giovani naufraghi che nella tragedia vissuta avevano trovato nell’amore la forza di resistere e sopravvivere. Il vestito da sposa era fatto con le lenzuola e si passava da mano in mano.

Questa situazione durò fino agli inizi di settembre 1943 quando le truppe anglo-canadesi sbarcarono in Calabria, a Reggio e cominciarono a risalire la penisola ricacciando verso il nord le truppe naziste. E con un gesto di grande umanità, prima che i tedeschi si impadronissero del campo, il comandante aprì le porte dello stesso consentendo agli internati di fuggire verso le montagne.

Qui vennero ospitati dagli ignari ed increduli contadini calabresi che condivisero, per giorni, i loro già magri viveri in attesa che l’onda passasse. La grande umanità della popolazione calabrese ed il grande rispetto della dignità umana della popolazione calabrese consentirono a questa massa di disperati inermi e disorientati di sopravvivere e di continuare la propria esistenza.

Parte dei profughi dopo circa 15 giorni tornò a Ferramonti che era stato chiuso il 14 settembre con l’arrivo della V Divisione britannica. La maggior parte di loro venne trasferita in Palestina, alcuni nel resto d’Europa alla ricca dei pochi familiari sopravvissuti.

Tra i naufraghi del Pentcho vi era anche Leopoldo Seinwell, figlio di Samuele, nato a Strazky in Slovacchia il 1.11.1913. Con lui anche il fratello Adolf, più giovane di sei anni. Nel maggio del 1944, finalmente raggiunsero la Terra Promessa, la Palestina dopo quattro anni dalla partenza da Bratislava.

Busta affrancata per l. 1,25 dal campo di Ferramonti per il Comitato Internazionale della Croce Rossa di Ginevra. Annullo rettangolare a sbarre oblique dell’Aeroporto di Ciampino. Fascetta di censura al retro e bollo del censore. Il mittente è Leopold Seinwell.


Molti dei naufraghi del Pentcho si diressero verso la Palestina. A Netanya a circa 30 km da Tel Aviv dove approdavano le navi carichi di ebrei è stato eretto un memoriale a ricordo del Pentcho e del suo carico umano.



Memoriale del “Pentcho” eretto a Netanya

Avevo conosciuto l’esistenza dei campi di internamento fascisti in Italia grazie alla collezione “Ferramonti” di Don Francesco De Simone esposta a Borgo Faiti nel 2022 e premiata, giustamente, con la medaglia d’oro.

Ho incontrato nuovamente Don Francesco in occasione di Siracusa 2024. Poiché intendevo iniziare una collezione sui luoghi di internamento durante il fascismo mentre lui era interessato a prigionieri calabresi nei vari quadranti di guerra ci siamo accordati per uno scambio. Il pregevole pezzo diretto a Ginevra è entrato, così, a far parte della mia nuova collezione. Non appena mi è arrivato, immediatamente, ho cercato sul pregevole sito www.annapizzuti.it curato dalla storica Anna Pizzuti informazioni in ordine al mittente.

Una nota a margine della scheda citava il nome di un battello “Pentcho” e una località in Grecia “Rodi”. Wikipedia e Raiplay hanno fatto il resto.

Ho scoperto l’esistenza di un’avvincente libro “Pentcho” di Antonio Salvati edito da Castelvecchi nel 2021 ma anche l’omonimo, straordinario, docu-film del regista Stefano Cattini presentato nel 2018 e disponibile su Raiplay. Nel mio modesto articolo ho tentato di raccontare questa storia, assolutamente, sconosciuta ma meritevole di memoria. Una storia incredibile, di sofferenza e di speranza, di ostilità e di sostegno, di avversità e di felicità. Una storia dove gli italiani hanno dimostrato empatia, dignità, rispetto:

Il Comandante Carlo Orlandi che poteva ignorare le richieste di soccorso e lasciare morire d’inedia i profughi sullo scoglio di Kamilonisi.

Il Comandante del campo di concentramento di Ferramonti che poteva attendere l’arrivo dei tedeschi invece di aprire le porte dello stesso.

I contadini calabresi che potevano chiudere le porte delle loro case ed invece le aprirono ai tanti che chiedevano loro aiuto.

Vinicio Sesso
007-03-2025