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LA SCRITTA "POSTE ITALIANE" |
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La scritta “Poste Italiane” nei francobolli del Regno d’Italia |
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| di Fabrizio Sparta |
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Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II è proclamato re d’Italia. Durante il regno di Vittorio Emanuele II (1861-1878) furono emessi in tutto quaranta francobolli, di cui ventuno con l’effigie regale. La prima serie ufficiale, quella del 1° dicembre 1863, recava il volto del sovrano in sette dei nove valori, disegnati da Leonard C. Wyon e incisi da Jean F. Joubert de la Fertè. Furono stampati in Inghilterra dalla casa De La Rue, e successivamente a Torino con le stesse tavole. La prima serie d’Italia ha l’effigie a rilievo di Vittorio Emanuele II inserita in cornici tipografiche. Dal 1862 al 1929 prevalse il metodo di stampa “tipografico” fu infatti con la serie denominata “Imperiale” che fu introdotto per la prima volta il sistema di stampa in “rotocalco”. Il regno di Vittorio Emanuele II si chiude con una serie di francobolli sovrastampati tutti per 2c, la tariffa in vigore per le stampe. Il 9 gennaio 1878, alla morte del padre, sale al trono Umberto I (1878-1900), il cui regno inizia con l’attentato, fallito, di Giovanni Passanante a Napoli e si chiude con quello, riuscito, di Gaetano Bresci a Monza il 29 luglio 1900. Sono quarantatré i francobolli emessi durante il regno di Umberto I di cui trentuno con la sua effigie. Tutti i francobolli umbertini hanno la caratteristica di recare l’effigie del sovrano di fronte. Vittorio Emanuele apprende di essere diventato Re d’Italia mentre è in crociera nel mediterraneo (1900-1944). Dal punto di vista filatelico il regno di Vittorio Emanuele III fu molto vario e interessante sia per gli avvenimenti politici che culturali i quali tutti lasciarono un segno tangibile nei francobolli. L’epoca di Vittorio Emanuele III ha inizio il 1° luglio 1901 con i primi sei valori di una serie, che per lo stili delle cornici fu detta “floreale”. Le serie più belle sono state emesse sotto il suo regno, dall’ascesa al trono fino alla guerra in Libia, dalla prima guerra mondiale fino all’avvento del fascismo, dalle colonie fino alla nascita della Repubblica. Le poste italiane nacquero nel dicembre 1860 ad opera del governo di Camillo Benso conte di Cavour ed ebbero come primo direttore il conte Giovanni Barbavara di Gravellona che diede alle nuove poste l'impronta delle vecchie poste del Regno di Sardegna. Nei primi anni di unificazione la corrispondenza era talvolta affrancata sia con valori piemontesi che con quelli del territorio occupato; si produssero così le affrancature miste risorgimentali di estremo interesse collezionistico. Caposaldo della nuova riforma postale seguita all'unità della Nazione fu l'introduzione del monopolio di stato con il quale si metteva il servizio al riparo dalla concorrenza delle aziende private. Obiettivo principale era il raggiungimento di una distribuzione capillare di tutto il territorio nazionale con l'uso di una tariffa unificata. Un anno dopo la costituzione del Regno, L’Italia attuò l’unificazione del servizio postale emettendo, tra il marzo e l’ottobre del 1862, una serie di quattro francobolli che aprono appunto il capitolo filatelico nazionale. La prima serie del Regno d’Italia, a differenza delle altre che seguirono, non fu accompagnata da un decreto ufficiale di emissione. Il 10 e il 20 centesimi apparvero nel marzo del 1862, mentre il 40 e l’80 centesimi furono posti in circolazione rispettivamente nel giugno e nell’ottobre dello stesso anno. Nell’elenco cronologico delle prime emissioni, la qualifica di “numero uno” spetta però al 10 centesimi bistro giallo in quanto fu il primo a passare per posta. A titolo di curiosità, dal 1862 al 1929 prevalse il metodo di stampa tipografico. Fu infatti con la serie ordinaria di 22 valori denominata “Imperiale” che fu introdotto per la prima volta il sistema di stampa in rotocalco. Francobolli litografici furono quelli delle emissioni comprese tra il gennaio e il maggio del 1863. Prima della serie “Imperiale” alcuni francobolli furono anche stampati in calcografia. I primissimi francobolli del Regno furono stampati dalla casa londinese di Thomas De La Rue e dentellata dalla stamperia di stato britannica a Somerset House a Londra. Comprendevano le emissioni del Regno di Vittorio Emanuele II abbracciando l’arco temporale che va dal 1862 al 1878. In questo periodo comparvero 40 francobolli tipo, in 21 dei quali figura l0 immagine del sovrano.
1863 Effige di V. Emanuele II 5 c. grigio verde
Francobolli De La Rue in busta affrancata da Novara I francobolli De La Rue sono considerati fra le più belle emissioni, dal punto di vista estetico, del Regno d’Italia. Alle tirature di Londra seguirono quelle di Torino con tavole prelevate dalla capitale inglese e una tiratura, sempre di Torino, con tavole approntate nel capoluogo piemontese. I primi di Piemonte vennero eseguiti facendo ricorso a macchine identiche a quelle De La Rue e usando, nell’Officina Carte Valori istituita a Torino, le stesse tavole, fino al loro quasi deterioramento. Il primo stabilimento statale italiano che si occupasse di lavori di tipografia fu l'Officina Governativa delle Carte Valori, fondata dall'allora Ministro delle finanze Quintino Sella con Legge 11 maggio 1865, n. 2285 e stabilita a Torino.
Officina Carte Valori di Torino (1927) Via Carlo Alberto 10 A questa, durante la prima guerra mondiale si affiancò, per alleggerirne il carico di lavoro lo Stabilimento poligrafico per l'Amministrazione della guerra, installato in un fabbricato in via Gino Capponi a Roma. Nel 1928 i due istituti si fusero nell'Istituto Poligrafico dello Stato con legge n. 2744 del 6 dicembre 1928. L'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato assume la denominazione attuale nel 1978, quando acquisisce la Zecca ai sensi della Legge 20 aprile 1978, n. 154. Con delibera CIPE n. 59/2002, il Poligrafico viene quindi trasformato in società per azioni con socio unico il Ministero dell'economia e delle finanze nel 2002. Il Poligrafico è ancora oggi il fornitore ufficiale delle carte valori per lo Stato italiano, sviluppando tecnologie sempre più sofisticate e soluzioni integrate. La prima industria privata italiana, invece, che si sia inserita nel giro internazionale degli stampatori di francobolli è la Poligrafica & Cartevalori S.p.a. di Napoli che ha i suoi stabilimenti ad Ercolano: fu costituita nel 1962 rilevando le attrezzature e le maestranze dello stabilimento Richter che aveva stampato il famoso “50 centesimi di Bari” emesso dalle Poste Italiane. Prima di descrivere nello specifico il lavoro, si rende necessario dare qualche cenno delle varie metodologie di tecniche di stampa che si sono susseguite nel corso degli anni. I sistemi principali di produzione dei francobolli sono quello tipografico, usato fino al 1929 con alcune eccezioni ed il sistema rotocalcografico usato dal 1929 in poi. Oltre a questi due sistemi che possiamo definire principali, sono stati utilizzati i sistemi litografico, quello in offset o fotolitografico, il calcografico ed il rotocalcografico, qualche volta, come vedremo più avanti, anche contemporaneamente. I francobolli tipografici italiani furono emessi dal dicembre 1863 per l’Italia e dall’agosto 1874 per la Repubblica di San Marino fino al 1929, per essere precisi detto tipo di stampa continuò per i pacchi postali fino al 1945. Nello stesso periodo, comunque accanto a questo sistema di produzione tipografica furono utilizzati anche, per alcuni valori, il sistema litografico e quello in calcografia. I francobolli stampati in tipografia hanno in comune numerosi elementi relativi alla composizione dei fogli, alle diciture marginali, ai numeri progressivi e numeri di tavola apposti sul margine superiore dei fogli, al fondo di sicurezza, alla gomma e alla dentellatura. Va, comunque, detto che la stampa dei francobolli italiani spetta allo Stato, in applicazione della norma contenuta nell’articolo 26 della legge sulla riforma postale del 5 maggio 1862 n. 604. “Art. 26. La fabbricazione della carta pei francobolli e dei francobolli medesimi è riservata allo Stato. La loro forma e valore saranno determinati con Regio Decreto.” Lo Stato italiano ha sempre provveduto a questo suo compito, ad eccezione del periodo relativo alla parentesi londinese ed altre poche serie emesse, per i curiosi, nel 1908, 1921, 1923, 1925 e 1944. Con la legge 11 maggio 1865 n. 2285 fu creata l’Officina Governativa Carte Valori, mentre il successivo R.D. 25 maggio 1865 n. 2316, contiene le norme per l’impianto dell’Officina, che fu posta alle dipendenze del Ministero delle Finanze. Ora andiamo ad analizzare nel dettaglio la carta utilizzata quale supporto per i francobolli italiani e le tecniche di stampa, ognuna con caratteristiche uniche e applicazioni specifiche.
Le carte a mano sono particolari tipi di carte a base di stracci od al più di cellulosa fatti macerare. In una vasca di forma ovale, nel gergo chiamata olandesina, vengono depositati alcuni materiali ridotti a brandelli quali: stracci di lino, cotone o canapa per subire un processo di macerazione in acqua. In un momento successivo, il prodotto macerato viene versato, per una prima raffinatura, in un grande tino di legno collocato in una posizione più alta rispetto al piano di lavoro. All’interno del tino è collocato un mescolatore-agitatore il cui compito è quello di rimestare continuamente l’impasto. Il prodotto che se ne ottiene, dopo essere stato ulteriormente lavorato, viene fatto defluire in un secondo tino in legno ove verrà fatto riposare. A questo punto un operaio (prenditore), presa una forma di tessuto metallico fornita di una cornice di legno separabile (cascio), dopo averla immersa ad una profondità di circa 15 centimetri nell’impasto (pastastracci), la estrarrà con la sua quantità di pasta mista ad acqua. Tenendo ben fermo il setaccio fra le mani, il prenditore imprime movimenti al tutto favorendo al meglio sia la fuoriuscita del liquido in eccesso, sia una maggiore distribuzione della pasta sulla forma metallica. Liberata la forma con sopra l’impasto dal cascio, questa viene consegnata ad un operaio (ponitore) che con un movimento fermo e preciso, rovescerà l’impasto su di un apposito feltro posizionato su di un piano di lavoro orizzontale. Mentre la forma, svuotata dall’impasto, viene nuovamente data al prenditore per permettergli una nuova presa, sul foglio rettangolare di pasta depositata sul feltro, viene posto un secondo panno che riceverà a sua volta un altro foglio di pasta, e così via fino a formare una pila di fogli e di feltri. La pila così formata viene posizionata sotto un torchio per subire l’azione di pressa in grado di fare perdere al prodotto tutta la quantità di acqua. Ultimata questa ultima fase, che può essere ripetuta più volte se il risultato non è soddisfacente, un operaio (levatore), dopo aver separato i fogli di carta dai feltri, li appenderà ad uno stendino per farli asciugare. Ad asciugatura avvenuta, prima del loro impiego i fogli vengono sottoposti ad altri trattamenti specifici. Vista in trasparenza, la carta a mano evidenzia i segni lasciati dalla trama della forma metallica. Tali segni costituiscono la filigrana, di cui parleremo successivamente. Carta a mano-macchina Sono così chiamate quelle carte ottenute mediante un processo di fabbricazione intermediario fra quello puramente a mano e quello automatizzato della macchina continua. Il prodotto si ottiene grazie a particolari macchinari detti “macchine in tondo” costituiti da un grande tamburo rotante in bronzo con un diametro di circa 1 metro. Sul tamburo è montata una rete metallica a maglie molto strette la quale, per effetto della rotazione, pesca in una vasca continuamente alimentata con “pastastracci” proveniente da un distributore esterno. L’impasto si distribuisce sulla rete e rimane su questa in rotazione fino a quando va ad incontrare un cilindro posto sulla sommità del tamburo (levatore) che, tramite un feltro, preleva il nastro di carta avviandolo ad un insieme di presse. Giunto in fondo alla macchina, dopo vari altri passaggi, il nastro viene strappato manualmente dando vita ad un foglio di carta che verrà quindi fatto asciugare. Le carte ottenute con questo tipo di procedimento sono più lisce, piane ed uniformi di quelle a mano.
Lombardo veneto 10 c. nero 1850, carta a macchina n.19 La carta a macchina è prodotta attraverso l’ausilio di una particolare macchina a ciclo continuo. Schematizzando al massimo la sua struttura, la macchina può essere suddivisa in due parti, quella iniziale comunemente indicata con il nome di tavola piana, e quella successiva detta seccheria, riconoscibile per la presenza di una serie di cilindri essiccatori in grado di asciugare il foglio di carta. Nella parte finale della macchina è presente una bobinatrice per la formazione delle bobine di carta. La pasta già preparata viene immessa in un contenitore e da questo passa direttamente ad un secondo elemento dove viene depurata da eventuali impurità. Dal depuratore l’impasto viene depositato sulla superficie di un nastro trasportatore costituito da un telaio metallico o sintetico in movimento, che attraverso leggeri e continui scuotimenti fa sì che la pasta si distribuisca uniformemente sulla sua superficie e che l’acqua presente nell’impasto venga opportunamente filtrata. Una maggiore fuoriuscita del liquido viene garantita anche dall’azione di pressa di un cilindro (ballerino). La tela metallica, nel suo procedere, va quindi ad avvolgersi su un cilindro che invertendo il senso di marcia, permette il distacco del nastro di carta che viene ad adagiarsi su un feltro in scorrimento. Il feltro viene fatto passare attraverso una serie di presse e di cilindri essiccatori in grado di fare perdere circa il 70% dell’umidità della carta. Il ciclo di produzione sta per concludersi. Il nastro di carta, infatti, dopo essere passato attraverso una serie di cilindri di raffreddamento, viene avvolto fino a formare delle gigantesche bobine pronte ad essere trasportate in ogni luogo. Le carte realizzate attraverso questo procedimento, si riconoscono per lo spessore piuttosto sottile, per il colore bianco della pasta e per la superficie perfettamente piana. La totalità dei francobolli può presentare una colorazione della carta o su entrambe le superfici o su una delle due. Nel primo caso ci troviamo difronte ad una carta colorata con il metodo “in pasta”, nel secondo caso invece abbiamo una carta colorata con il metodo “in foglio”. Vediamo brevemente come è possibile ottenere i due diversi tipi di colorazione. Nella colorazione della carta con il metodo “in pasta”, le sostanze coloranti vengono aggiunte al prodotto durante le fasi di lavorazione dell’impasto. Questo permette che ogni parte del foglio riceva la colorazione desiderata. Nel caso di carta a macchina, l’aggiunta delle sostanze coloranti può anche avvenire utilizzando apposite cassette di miscelazione disposte lungo l’impianto. Nella colorazione della carta con il metodo “in foglio”, durante le fasi di lavorazione della carta, il nastro di carta viene fatto passare attraverso un sistema di presse composte da una coppia di cilindri di cui, quello inferiore, è posizionato in modo tale che, per effetto della rotazione, peschi con continuità in una vasca sottostante, le sostanze coloranti. Il cilindro superiore, esercitando un’adeguata pressione sulla carta sottostante, determina contemporaneamente la colorazione di questa e la fuoriuscita del colore assorbito in eccesso dalla superficie a diretto contatto del cilindro “pescatore”, che viene recuperato in un’apposita vaschetta. Altra procedura in uso per la colorazione “in foglio” è quella di far passare la carta, non ancora completamente asciutta, sopra una cassetta contenente sostanze coloranti. Questa risulta essere munita di fori dai quali, durante la fase di scorrimento, la carta aspira il colorante fluido. La carta così ottenuta è riconoscibile per la presenza del colore solo su di una superficie. Dal gennaio 1968 viene aggiunta alla carta una sostanza fluorescente che serve a fare riconoscere il francobollo dalle macchinette utilizzare per la bollatura della corrispondenza installate nei vari Centri di Movimentazione Postale. LE TECNICHE DI STAMPA Calcografia La calcografia è una delle tecniche più antiche e utilizzate per la stampa dei francobolli. Con questo metodo, una lastra di rame viene incisa con un bulino o tramite sostanze chimiche. L’inchiostro viene applicato sulla lastra e successivamente rimosso, lasciando l’inchiostro solo nelle cavità incise. Quando la carta inumidita viene premuta sulla lastra, l’inchiostro si traferisce creando un’impronta sul disegno. I francobolli calcografici si riconoscono per i tratti del disegno, delle lettere e dei numeri leggermente rilevati e di colore cupo in tutti i punti con una maggiore inchiostrazione. Tali rilievi sono facilmente visibili osservando il francobollo a luce radente. Rotocalcografia La rotocalcografia è un’evoluzione della calcografia, in cui la matrice di stampa è realizzata utilizzando un cilindro. In questo caso, il disegno viene trasferito sulla superficie del cilindro tramite un retino, che consente di ottenere un’incisione automatizzata. Questo metodo è molto utilizzato per la stampa dei francobolli grazie alla sua capacità di produrre dettagli fini e con colori vivaci. Il francobollo stampato in rotocalcografia si riconosce agevolmente con una buona lente per la presenza di un caratteristico retino che interessa l’intera immagine. In modo particolare i bordi delle lettere sono zigrinati in modo più o meno marcato, così come i filetti, le cornici e i tratteggi. Tipografia Litografia e Stampa Offset Tecnica di stampa litografica (foto storica) La litografia utilizza una lastra di pietra calcarea su cui il disegno viene realizzato con inchiostro grasso. Questo metodo è stato in gran parte sostituito dalla stampa Offset, che utilizza lastre di zinco e un processo fotografico per trasferire l’inchiostro alla carta. La stampa Offset è ora ilo metodo più comune per la produzione di francobolli, grazie alla sua efficienza e qualità. Il francobollo stampato con metodo litografico non presenta rilievi né al verso né al recto. Il colore si presenta alquanto smorto, l’inchiostro è opaco e la stampa è meno nitida. Osservando un francobollo stampato in Offset, l’immagine su di questo presente si mostra al tatto molto liscia, priva del benché minimo rilievo. Nel caso di immagini ottenute con quattro colori, è possibile, a forti ingrandimenti, osservare una punteggiatura a forma di “rosetta” nella quale sono individuabili il cyano, il magenta, il giallo ed il nero.
Stampa Offset a rulli colorati Diamo infine uno sguardo ad alcuni metodi più insoliti di produzione dei francobolli. A rilievografia (a secco senza inchiostro): a secco senza inchiostro significa quando la carta bianca o colorata in precedenza viene impressa con un punzone;
ne risulta che le immagini e le scritte sono in rilievo mentre rimangono piatte le parti non interessate dal disegno e la parte piatta riceve inchiostro. Un esempio del primo tipo su carta bianca è il francobollo da 6 copechi emesso localmente a Tifis, in Russia, nel novembre 1857, come anche su carta colorata, i tre francobolli con effigie di Vittorio Emanuele II in ovale emessi nel Regno di Sardegna nel settembre del 1853. A xilografia quando la matrice è stata incisa sul legno: si tratta di francobolli di emergenza quali quelli prodotti negli Stati Uniti durante la guerra di secessione. A eliotipia in cui l’incisione della matrice avviene mediante l’esposizione alla luce solare o artificiale di una lastra metallica convenientemente trattata. Il caso più noto è dato dalla serie “monumenti” emessi nel Marocco nel 1923-27: la stessa serie era stata emessa nel 1917 ma era stampata in calcografia, per cui il confronto tra i due tipi è più facile. A macchina da scrivere. Nel 1895 l’Uganda era un protettorato britannico, dove gli unici bianchi erano i missionari della chiesa anglicana; esisteva però un servizio postale anche se molto primitivo. Fu uno di questi missionari, il Rev. E. Millar, ad accordarsi con il rappresentante della Compagnia dell’Africa Orientale Britannica per rendere efficiente il servizio stampando i francobolli necessari per mezzo dell’unica macchina da scrivere esistente in tutta l’Uganda. Un uso più recente della macchina da scrivere si è avuto in Pakistan al moneto dell’indipendenza, per cui i francobolli disponibili in loco vennero sovrastampati con varie macchine da scrivere tra il febbraio del 1948 e l’ottobre del 1949. In conclusione, le tecniche di stampa dei francobolli si sono evolute nel tempo, con metodi tradizionali coma la calcografia e la tipografia che coesistono con tecniche moderne come la rotocalcografia e la stampa Offset. Queste tecniche non solo garantiscono la qualità e la bellezza dei colori dei francobolli, ma anche la precisione nei dettagli e nelle linee e sistemi di anticontraffazione come la filigrana. Infine, andiamo ad elencare i principali elementi di un francobollo, al fine di poter meglio comprendere le schede tecniche. GLI ELEMENTI CHE SI POSSONO OSSERVARE IN UN FRANCOBOLLO Si riportano, di seguito elencati, i principali elementi che possono essere individuati osservando attentamente un francobollo. - lato anteriore del francobollo, nel linguaggio filatelico indicato con il termine “recto”, che comprende i seguenti elementi: a. vignetta illustrazione a colori o in bianco e nero, a seconda dei casi, che è presente in bella mostra nel francobollo. Nelle serie di francobolli composta da più esemplari, le vignette possono essere sempre le stesse (pur cambiando nel colore e nelle scritte), oppure tutte diverse e di colore variabile. b. dentellatura è l’insieme dei fori che circonda i francobolli moderni. Fu inventata in Inghilterra intorno al 1860 per rendere più facile e comoda la separazione dei francobolli stampati e congiunti tra loro in fogli. c. margine è lo spazio presente tra la vignetta e la dentellatura. d. nazionalità è il nominativo della nazione che ha emesso il francobollo. Per la Gran Bretagna la testina della sovrana è segno inequivoco di appartenenza del francobollo a quella nazione anche se non ne è stampato il nome. e. valore di facciale è la cifra in denaro stampata nella vignetta per acquistarlo presso gli sportelli postali o presso i distributori autorizzati (Tabaccai, macchinette, ecc.). Il facciale rappresenta anche il suo potere di affrancatura della corrispondenza. f. anno di emissione indica l’anno in cui è stato stampato un francobollo, o di più francobolli appartenenti ad una stessa serie. g. ente è l’istituzione pubblica o privata autorizzata alla stampa dei francobolli. Per le Poste Italiane, la sigla “I.P.S. Roma” sta a significare Istituto Poligrafico dello Stato con sede in Roma. h. disegnatore e/o Incisore nominativo del disegnatore della vignetta o dell’incisore che l’ha realizzata. A parte pochi francobolli disegnati da bambini o da chiunque per concorsi di varia natura, la maggior parte dei bozzetti da molti anni proviene da disegnatori professionisti e in qualche caso da incisori abilissimi, tutti dipendenti dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato in Roma.
^^^ Questo saggio vuole dare risalto alla scritta “POSTE ITALIANE” nei suoi diversi caratteri e forme nelle serie ufficiali emesse nel periodo del Regno d’Italia, effettuando scansioni ad alta risoluzione da francobolli originali provenienti da collezione privata del sottoscritto (tranne alcuni in download dal web) in condizioni MNH, MH e timbrati, con particolare rilievo della scritta “Poste Italiane”. Ogni francobollo è descritto con una scheda tecnica dettagliata, comprendente una fotografia a grandezza naturale del francobollo con striscetta metrica, una foto del particolare della scritta “Poste Italiane” con descrizione dettagliata di ogni carattere, il tutto corredato da una scheda tecnica dell’emissione presa a campione con riferimento di catalogo “Sassone”. I francobolli inseriti nel saggio comprendono tutte le serie emesse ufficialmente, dette “serie ordinarie”, dalla prima uscita con scritta “Poste Italiane” del Regno d’Italia del 1863 fino al 1942, escludendo la Repubblica Sociale Italiana e la Luogotenenza e Regno di Umberto II. Non comprende, inoltre, le seguenti emissioni: Espressi, Recapito Autorizzato, B.L.P., Posta Militare, Propaganda di guerra, francobolli pubblicitari e le emissioni in franchigia. La prima volta che compare la scritta “POSTE ITALIANE” in una emissione filatelica, le prime scritte riportavano “franco-poste-bollo” e “franco bollo - italiano”, è nella serie De La Rue uscita il 1° dicembre 1863 – Cifra (n.14-15) o effigie di Vittorio Emanuele II (n. 16-22) Fil. Corona Dent.14, ed esattamente dal’1 c. verde oliva al 2 lire scarlatto vivo, iniziando l’era delle emissioni del Regno con i tre Re d’Italia, partendo da Re Vittorio Emanuele II. Questo lavoro vuole dare risalto all’alta tecnica di stampa italiana e alla bellezza delle emissioni del Regno d’Italia, cercando di creare un vademecum sulla scritta “Poste Italiane” oggetto del saggio nei suoi dettagli, a beneficio di ogni collezionista. Buona visione e buona lettura. Fabrizio Sparta | ||||||||||||||
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