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Memorie di un anziano collezionista di storia postale (XLII parte):

Aziende italiane, loro affrancature e pubblicità: MOLINARI

Antonio Rufini

Questo Capitolo è destinato ad una arcinota azienda laziale, la MOLINARI ed al suo prodotto più venduto, anche nel mondo: la SAMBUCA EXTRA.

Dovrò fare molta attenzione, dato che trattare di “Sambuca” potrebbe significare uno sconfinamento in un’altra rubrica classica de IL POSTALISTA: “Al Dente”.
Della Sambuca di Civitavecchia hanno già trattato, e bene, altri appassionati; non ho nessuna intenzione di fare il “copia e incolla” dai loro ottimi lavori e se ci riuscirò o meno, se saprò essere originale, lo lascio decidere ai lettori de IL POSTALISTA.
Prima di trattare dell’azienda e della sua storia, mostro immediatamente le immagini del suo celebre prodotto, la Sambuca Extra, con relative bottiglie, etichette, tappi

che hanno tutti, nel corso degli ultimi decenni, avuto dei piccoli restiling che però non hanno modificato la struttura dell’immagine del contenitore del prodotto. La sesta bottiglia a destra venne dedicata al 75° anniversario della Sambuca nell’anno 2020; è stata prodotta in numero limitato ma ignoro quanto “limitato” (design: OZ, Olimpia Zagnoli, un’illustratrice minimalista). La quarta bottiglia da sinistra è l’attuale, creata nel 2017 (capsula di alluminio anti effrazione, firma di Molinari in rilievo e ”SM” in colore rosso con, ancora, seconda firma di Molinari in argento) Quattro bottiglie non le mostro nemmeno (mini 3 cl., tascabile 10 c., 1,5 litri e 3 litri) dato che poco cambiano al panorama mostrato; comunque in vendita ci sono; quella da 3 litri, per esempio, mi pare di averla vista nell’ipermercato per utilizzatori professionali Metro Italia C. & C. (a Roma ce ne sono 4 di suoi punti vendita; io, figuriamoci, ho la tessera per accedere perché sono Avvocato, quindi titolare di Partita IVA!). Ce ne saranno altre bottiglie? Non lo so. Io ho conosciuto queste e, come raccoglitore/archiviatore dilettante, penso d’aver già fatto tanto; ed altre cose di Molinari e Sambuca andrò a dimostrarle più appresso.

La storia della MOLINARI è la storia della SAMBUCA EXTRA.

Un romano, Angelo Molinari (Roma 1893-Civitavecchia 1975), specialista di vini, liquori e forse aromi, nel 1936 si trasferì a Civitavecchia e lavorò per <i successori di> Luigi Manzi (dei quali poi dovrebbe essere stato anche socio) il quale Manzi aveva inventato il liquore Sambuca prodotto con i semi dell’anice verde(1). Il Manzi aveva anche inventato di sana pianta il nome “Sambuca”(2) e con quel nome aveva commercializzato il suo liquore (prima la Sambuca Manzi, poi, i suoi discendenti, da ultimo, 1948, fabbricato e venduto la Sambuca FAMA della “Sambuca FA.MA. S.r.l.” di Civitavecchia).

Angelo Molinari reinventò la Sambuca di Civitavecchia, realizzandola con anice stellato e altri aromi (segreto di fabbrica) e in più aggiunse al nome l’aggettivo “EXTRA”(3). Il Molinari iniziò con un laboratorio artigianale da 300 bottiglie il primo anno (1945) per poi passare, 25 anni dopo, a 3.000.000 di bottiglie (1971).
Un prodotto di successo come la Sambuca Extra ha comportato qualche suggerimento alla concorrenza, dato che l’emulazione è uno sport nazionale tipicamente italiano. Non dubito che qualcuno producesse la Sambuca anche da molti anni, pure prima della seconda guerra mondiale; il nome non depositato SAMBUCA ha più di 170 anni e chiunque poteva e può usarlo; ma non SAMBUCA EXTRA che è esclusivo della Molinari. In tanti decenni qualche spunto di copia, qualche plagio piccolo o grande, ben riuscito o per nulla riuscito può esserci stato; qualche prodotto di “altri” col nome Sambuca, per non dire la quasi totalità, è un buon prodotto, non è mica un “cattivo” clone fatto in qualche paese dell’estremo oriente! Chi vende una Sambuca fabbricata nel proprio opificio italiano e che non sia la SAMBUCA EXTRA Molinari non truffa di certo l’acquirente, vende un buon prodotto; la SAMBUCA EXTRA di Molinari ha però un quid plus o nel retrogusto o nella suggestione indotta dalla pubblicità e dall’uso inveterato. La SAMBUCA EXTRA Molinari non è certo un distillato all’assenzio, comunque per i consumatori lascia un qualche senso di dipendenza (anche a chi scrive, cioè a me compreso). Mi sono chiesto quanti in Italia producano la Sambuca; non lo avessi mai fatto! Nel web ho trovato moltissimo; ma non è detto che alcuni prodotti siano delle “copie”; qualche prodotto potrebbe essere perfino precedente alla grande innovazione di Angelo Molinari, nonché contenente altri aromi. Insomma i “cloni” più o meno riusciti sono talmente tanti che ad un certo punto mi sono scoraggiato ed ho smesso di fare ricerche; si, mi sono arrestato quando ho trovato che produce Sambuca anche la Evangelista Liquori S.r.l. di San Giovanni Teatino (la Sambuca la fa però anche al caffè e al centerbe); si tratta di abruzzesi, quindi gente scolpita nel legno di rovere, abituata al duro lavoro, gente serissima che per tradizione regionale “non si spara le pose”(4) azienda che sarà stata indotta a produrla per la richiesta dell’utenza, della clientela; mi sono detto “se anche la abruzzese Evangelista è stata indotta ad entrare nel <mondo Sambuca>, beh allora mi fermo qui”. Tra i vari produttori ho scovato di tutto: grandi e grandissimi fabbricanti di rilievo nazionale, piccoli o piccolissimi produttori locali, insomma, e insisto, proprio di tutto, perfino la famiglia della Signora Giuliana Toro che io ed i miei coetanei ricordiamo come vincitrice in TV, sull’allora Secondo Programma RAI, a IL RISCIATUTTO di Mike Bongiorno, ma col cognome del marito (Lòngari). I lettori de IL POSTALISTA sono collezionisti; se vorranno iniziare una nuova collezione (costosa) delle bottiglie di Sambuca prodotte in Italia, si accomodino pure e buona caccia: tra “mini” da 3 cl, mini tascabili da 10 cl., mezzo litro, 700 cl., 750 cl., un litro, un litro e mezzo e 3 litri sono centinaia di oggetti; se poi contano anche i cambiamenti di etichetta o i non più prodotti da aziende però esistenti, allora andiamo oltre i 1.000 oggetti, forse di più e mi viene spontanea la domanda “dove le conserveranno” in casa, non sono mica piccole come i francobolli!

Concludendo vi mostro cosa ho trovato ed è tantissimo, più o meno centoventi bottiglie di Sambuca, considerando che le Sambuca addizionate di altri aromi (liquerizia, melograno, fico, caffè, etc.) quasi non le ho nemmeno considerate; in internet mi si è aperto un sito delle distillerie italiane, divise per regione; non lo avessi mai aperto ! Le ho controllate cinque al giorno: un mese di lavoro, finchè non ho smesso per stanchezza (è stato faticoso acquisire le schermate e ridimensionarle in modo da farne entrare 6 o sette a riga per 3 gruppi di 6 a foglio formato A/4); verso la fine della “spulcia” stavo quasi per mettermi a piangere. Ho tralasciato qualcosa: produce la Sambuca anche un tale del Sud Africa (con cognome italiano); qualche altra cosa di sicuro mi sarà sfuggita per stanchezza o mia incapacità; sul sito d’un produttore mi si è aperto l’avviso dell’antivirus, di sito pericoloso, infetto; alcune bottiglie mi sono riuscite talmente male da non incollarle qui appresso; per un buon numero di bottiglie di Sambuca non compariva il nome, la ditta del produttore; due centri GDO (Grande Distribuzione Organizzata) si fanno fare (cioè da altri) la Sambuca col loro nome. La Sambuca “Manzi” la produce la Molinari. Ho trovato proprio di tutto.

E poi gli aggettivi qualificativi che precedono o seguono “Sambuca”: alcuni scontati e altri bizzarri, la fantasia italiana non ha veramente limiti. Eccovi il risultato della ricerca:






Sono costretto a dare un colpo di spugna alla “favola” per la quale la Sambuca si faccia coi fiori di sambuco. Quella che segue è una convinzione mia personale. Che nella Sambuca possa esserci l’aroma dei fiori di sambuco può crederlo solo chi non ha mai visto e toccato un cespuglio di sambuco. Ho fatto da ragazzino e per 11 anni le vacanze al paese (Grisciano di Accumoli, in provincia di Rieti); la stradina che portava a casa nostra (avita) e a casa di Sora Menica e del marito Antonio (Bicchinijo) Rendina era recintata verso la vigna del nostro amico Umberto (detto “Cataba”) da una siepe di sambuchi. A circa 650 metri s.l.m. la stagione era in ritardo ed i sambuchi fiorivano verso luglio: delle belle infiorescenze bianche ad ombrello larghe un palmo con le quali mia nonna, prima che i fiori fossero impollinati e comparissero i semi neri, più volte realizzo delle speciali frittelle fritte, pastellando proprio i soli fiori (non rammento se prima sbollentati); ma la cosa non si ripeteva spesso, perché comparsi i semi, pare che i fiori diventassero immangiabili. I fiori bianchi del sambuco avevano un profumo talmente delicato da essere quasi impercettibile; l’alcool di certo non ne poteva mantenere l’aroma, il ferormone vegetale.

Di più: qualcuno al paese affermava che il sambuco fosse parzialmente velenoso e che coi semi maturi, neri, si facesse solamente un inchiostro autarchico; a conferma, quando casualmente passavano vicino alla siepe di sambuchi degli animali “domestici”, asine, mucche o capre, quelle bestie nemmeno per l’anticamera del cervello tentavano di arraffare qualche foglia di sambuco, snobbavano quella siepe mentre addentavano i “Dente di Leone” che è amarissimo; segno incontestabile che il sambuco non dovesse essere gradevole, per non dire immangiabile. Del sambuco non se ne facevano altri usi: i rami deboli e leggeri, con una specie di spugna bianca all’interno, non venivano bruciati. Io e mio fratello ne abbiamo fatto solo degli usi impropri, da ragazzini teppisti: una volta io tenni fermo un coetaneo, tal Fidanza e mio fratello lo frustò in faccia con un ramo e foglie di sambuco; la sorella del frustato, molto più grande di noi, ci inseguì per pareggiare il conto a mani nude……Termino: se ci fosse stato un qualcosa di tossico nei fiori, oggi non posso affermarlo; di certo con la frittura quel qualcosa che proprio di velenoso potesse esserci, col calore dell’olio anche oltre i 150 gradi andava via, veniva annullato; io ed i miei non ne siamo morti e tanto basti.

Sui fiori del sambuco non voglio soffermarmi oltre; dubito che s’usino per la SAMBUCA EXTRA di Molinari. Nel loro sito ufficiale (della Molinari) si afferma che il nome derivi dall’arabo “zammut”, una bevanda a base di anice; potrebbe essere vero. Però il termine “Sambuco” identificava in lingua latina una pianta ed in arabo anche un tipo di imbarcazione a vela. Dopo tanti anni chi può venirne a capo di codesto guazzabuglio? Un dato storico è certo: usò il termine “SAMBUCA” a metà del XIX secolo il Manzi, tutto il resto è quasi favola. Non possono aiutarci i vocabolari della lingua italiana; chi vorrà potrà consultare tutti i dizionari da metà dell’’800 ad oggi e troverà di tutto, cioè nulla di certo.

Certamente la Ditta Molinari a Civitavecchia ha potuto avvantaggiarsi di tre geni: il fondatore Angelo, il figlio Antonio (194o-2022) e la figlia Mafalda (1923-2015), che è stata anche Senatore della Repubblica; da quando le redini dell’Azienda vennero prese dal figlio Antonio e dalla (poi) Senatrice Mafalda, gli affari andarono alla grande, tanto da costruire uno stabilimento nuovo in Colfelice (FR) e dal quale possono uscire, pare, 60.000 bottiglie di Sambuca al giorno. Riferiscono, oggi, che l’Azienda fosse gestita dai due fratelli, in particolare da Mafalda Molinari, con pugno di ferro; pare pure che i fratelli e fors’anche i nipoti la chiamassero “il Colonnello”, ma sul punto potrei aver raccolto delle semplici dicerie, dei pettegolezzi. E’ però un fatto incontestabile che con Antonio e Mafalda Molinari l’Azienda tipicamente “locale” di Civitavecchia e del Lazio, nei quasi 40 anni che da essi fu gestita, divenne un vero colosso, un gigante nazionale e con vendite in ogni parte del mondo.
La Molinari ha acquisito anche altre aziende e produce altri alcoolici oltre alla Sambuca(5), ma io, qui, mi sono limitato proprio al suo più celebre prodotto e non voglio esondare.
IL POSTALISTA è un periodico online di filatelia; perché ho trattato della Molinari? E’ presto detto: nel mio archivio ho trovato più di “qualcosa” ma su alcune cosette non sono riuscito a darmi una spiegazione.
Inizio a mostrare corrispondenze della Molinari di vari decenni or sono e per ognuna con un minimo di didascalia e qualche dubbio.

La prima, del 5/3/1979 è una busta da lettera Raccomandata intestata della Molinari Commerciale S.r.l., affrancata in tariffa e accettata con A.M. Citis dall’Ufficio di Civitavecchia; forse all’epoca chi gestiva l’Azienda (Mafalda Molinari e il fratello Antonio? quasi sicuramente si!) aveva diviso il lavoro in due entità, la fabbrica e la commercializzazione. Ma la cosa è da accertare mediante visura presso la C.C.I.A.A. di Roma che ha in deposito tutti gli atti cartacei delle Cancellerie Commerciali del Tribunale di Roma e di quello di Civitavecchia (istituito nel 1974). Gli atti sono conservati anche in microfilm ma visionarli, oggi, non è uno scherzo: siamo in piena pandemia da COVID19 (questo scritto l’ho principiato prima di Natale 2021) e l’archivio dei microfilm della C.C.I.A.A. di Roma, all’E.U.R., è al piano interrato e andarci e stazionarci per varie ore, indossando la mascherina FFP2 non è proprio una “boccata di salute”. Sulla busta mostrata ci sono da fare vari ragionamenti:

1) la Molinari non aveva affrancatrice meccanica (M.A.), ma incollava francobolli su tutti i suoi invii? Chi può dirlo a tanti anni data?
2) certo viene spontaneo domandarsi come avrà fatto ad inviare le proprie fatture alla clientela. Affrancandole? E’ possibile ma anche in questo caso c’è da rimanerne perplessi. La Molinari già nel 1971 (otto anni prima di questa raccomandata) fabbricava e vendeva oltre 3.000.000 di bottiglie l’anno (lavorate a Civitavecchia); la fatturazione alla clientela sia in periodo I.G.E. che in periodo I.V.A. (dall’1/1/1973) non doveva essere una cosetta semplice. Ma tant’è ! Questa Raccomandata fu “A.R.”; l’U.P. non ha impostato il relativo servizio sul tastierino della Citis ma ha impresso due timbri in cartella ad inchiostro nero grasso; cosa ben fatta ma non ha impresso un BTC assoluto per invio affrancato dal mittente; il relativo Mod. 23-I sarà stato presentato affrancato.

La seconda busta (sotto) del 18/1/1980, Raccomandata senza A.R., è simile alla precedente quindi stesse considerazioni. Venne stampata dalla medesima tipografia su buste della medesima cartiera, ma con “finestra” trasparente spostata da sinistra a destra (nuove prescrizioni delle Poste).

La terza busta del 2/5/1980 (sotto), affrancata per Raccomandata semplice ed accettata con A.M. Citis dall’U.P. di Civitavecchia venne spedita con busta bianca anonima, intestata con semplice timbretto in gomma ad inchiostro a spirito. La Molinari aveva terminato le buste intestate a stampa? Oppure qualcuno dimenticò di farle stampare, in anticipo, dalla tipografia? Mah, chi lo può dire! E se invece anche il settore commerciale della Molinari fosse all’epoca in corso di riaccorpamento con la produzione? Non sono riuscito ad accertarlo nemmeno con varie telefonate ed e-mail a Civitavecchia, proprio alla Molinari, perché è ormai passato troppo tempo e, se anche qualcuno poteva sapere qualcosa o ricordarsene anche in parte, è ormai in pensione da anni; l’ultimo in grado di dare spiegazioni, Antonio Molinari, Presidente del Consiglio di Amministrazione della attuale S.p.A., è mancato ai vivi a fine aprile 2022!

Però la stessa cosa s’era verificata il 2/5/1979, come da busta Raccomandata (semplice) che segue (quarta immagine). Il timbretto a spirito del 1979 era diverso da quello del 1980, aveva le virgolette nella denominazione sociale. Continuo ad essere perplesso, ma poteva perfino trattarsi di idea “sparagnina” da civitavecchiese, busta bianca con timbretto e niente spesa di tipografia……...E poi gli ultimi invii: tutti senza A.R., bastava la ricevuta 22-R e niente spesa aggiuntiva (£. 120, il Mod. 23-I era parificato alla Cartolina Postale di Stato) !

 

Poi dal mio archivio sono saltate fuori delle buste di corrispondenza molto intriganti; la prima del 12/6/1980 è una busta formato americano intestata a stampa della “L.R.C. LIQUORIFICI RIUNITI DI CIVITAVECCHIA S.R.L.”, affrancata ed accettata dall’U.P. di Civitavecchia con M.A. Citis. Ha lo stesso indirizzo della Molinari Commerciale (Via Aurelia Nord Km. 75,300) ma il numero di telefono diverso dalla Molinari Commerciale. Di certo doveva trattarsi di Società della Molinari, oggi però è impossibile conoscere di cosa si occupasse, cosa fabbricasse o di che cosa commerciasse; si tratta di oggetto di oltre 40 anni fa; con la scomparsa del Dr. Antonio Molinari (+ 23/4/2022), ultimo figlio di Angelo Molinari ad occuparsi dell’Azienda di famiglia, viene a mancare l’ultima persona in grado di dare una risposta, una spiegazione alla corrispondenza de qua; spero di riuscire a trovare una qualche soluzione alla domanda quando potrò accedere alla C.C.I.A.A. di Roma e visionare i microfilm degli atti e verbali depositati all’epoca. Comunque eccovela:

Le prossime quattro buste mi hanno incuriosito e dovrebbero dare da pensare anche ai lettori de IL POSTALISTA (ed una soltanto ha il BTC assoluto per invio affrancato dal mittente):


Chi era la “mittente” Ermelinda Cori che aveva buste intestate a stampa e due anche con l’aggiunta di “Prodotti MOLINARI”? Era un’Agente di vendita? Era una familiare del fondatore Angelo Molinari (morto nel 1975), forse la coniuge, e che effettuava rivendite in proprio di prodotti concessile dalla Molinari? Era una commerciante di vini ed alcoolici? Senza poter fare ricerche in Anagrafe di Civitavecchia non potrò affermare nulla. C’è però un fatto curioso; “sbisigando” in internet m’è uscita fuori una cosa stranissima: quella tale “Cori” aveva depositato presso il Ministero dell’Industria il 26/8/1963 un Brevetto per marchio d’impresa e con durata anni 20! Vi sarà venuta, cari lettori arrivati fino a questo punto della “storia”, la curiosità di sapere di che marchio si trattasse? Ecco il brevetto più sotto riprodotto.

E’ il brevetto della SAMBUCA EXTRA! ma per confezione da cl. 33 (i collezionisti direbbero una “mignon”); così è scritto a macchina e chissà se sotto il disegno vi fossero altri tipi di bottiglie.

E anche le annotazioni in calce al documento ministeriale sono assai curiose:

- Una prima annota una cessione ad una Società di Vaduz, la “MIT ANSTALT” (Principato del Liechtenstein, all’epoca un “paradiso fiscale”, non dei Caraibi ma europeo, in montagna tra la Svizzera e l’Austria), con data dell’11/2/1976 (6);
- La seconda nota tratta di un cambiamento di nome del 28/6/1978 cioè della denominazione dell’ANSTALT in INTRADEX.

Anche in questo caso dovrò fare ricerche nell’archivio dell’Ufficio del Registro delle Imprese, cosa che qui prometto ai lettori de IL POSTALISTA; lo farò, solo coi miei tempi, generalmente lunghi; comunque, le corrispondenze uscite dal mio archivio non solo sono interessanti ma danno da riflettere e comunque non sono così comuni come potrebbe pensarsi.

Il fatto è che indagando sulla Molinari vengono fuori tantissime notizie, una più curiosa dell’altra: per esempio che Mafalda Molinari, citata, (una dei 6 figli di Angelo Molinari) era titolare di impresa individuale (Viale Baccelli Guido 126 00053 Civitavecchia, <sottocategoria liquori> partita IVA 00438491003) e non può trattarsi di un caso di omonimia.
E allora ?

Insomma, più si cerca e più notizie si trovano; è articolato incollarle al loro giusto posto: in pratica trattasi di un puzzle difficilissimo, da montare in verticale(7).
Se qualche lettore sulla Molinari possa sapere più cose di me, integri pure questa memorietta e sarò io il primo ad esserne felice.
Qualcosa in più sulla Molinari potrete leggerla nelle mie “note” in calce; per gli spot televisivi, anche storici e non solamente contemporanei, consiglio di entrare in Youtube: ci sono tante cose da visionare e tutte ben fatte. Buona visione.

Questa è una puntata sulla SAMBUCA EXTRA della Molinari e non voglio addentrarmi nella “storia” della Sambuca inventata da Manzi a metà del 1800; è un’altra bella storia che sicuramente contiene i prodromi della SAMBUCA EXTRA, ma per quanto interessantissima (e trattata degnamente in internet) è un'altra storia e non voglio andare fuori tema.

I veramente interessati della storia della Sambuca Extra di Molinari potranno dare un’occhiata all’agiografia “Storia della Sambuca Molinari” di Carlo Canna, oppure a “Liquore Sambuca una storia romana” di Daniele di Geronimo, ma è interessante anche ”Sambuca, storia, caratteristiche del liquore” con foto di Andrea Pixabay, tutte opere che contengono anche foto storiche che qui non voglio riprodurre perché forse andrei ad urtare con problemi di copyright.
Mi sono dilungato più del dovuto e mi arresto qui.

Unisco solo foto di Angelo Molinari, il fondatore dell’Azienda, estratta dal sito ufficiale della Società, una della Senatrice Mafalda (tratta dall’archivio storico del Senato della Repubblica) ed una di Antonio Molinari, l’ultimo figlio del fondatore dell’Azienda, scomparso da poco: tre geni imprenditoriali e si noti pure: non del Nord Italia, ma del Lazio.

Chiudo questo capitolo sulla Molinari di Civitavecchia allegando vecchie pubblicità (sia a stampa che TV), o recentissime oppure dei tempi che furono; quelle vecchie erano creazioni d’artista molto personalizzate che sono restate indelebili nella memoria storica degli acquirenti:


Sopra: una bottiglia di Sambuca Extra Molinari; notare che a fianco c’è una ciotolina con chicchi di caffè tostato (tre sono già nel bicchiere: le “mosche” che galleggiano pigramente “a pancia all’insù” nella Sambuca), una vera delizia per il palato, da sgranocchiarsi una per una sorseggiando la Sambuca che ne esalta l’aroma o che si esaltano le une con l’altra. E’ un modo di sorbire il liquore tutto romano e nato a Roma ai tempi della “Dolce Vita” di Via Veneto (anni ’50 del XX Secolo); l’ho fatto “scoprire” a Riccione lo scorso agosto 2021 alle bariste del Milano-Helvetia che lo ignoravano e che ne sono rimaste affascinate dalla bontà. Anche sul numero di “mosche” nella Sambuca Extra ci sono varie leggende metropolitane, simpatiche ma senza fondamento storico (se cioè le mosche debbano essere una o tre o sette).

NOTE:

1) – la Sambuca Molinari, invece, è prodotta con Anice Stellato, che, come detto; è un frutto tropicale di un albero del Sud-Est asiatico e della Cina. L’aroma dell’anice stellato è uguale a quello dell’anice verde (che è un seme) perché entrambi contengono olio essenziale “anetolo” (etere insaturo aromatico). I popoli del Mediterraneo hanno sempre usato l’anice verde per insaporire cibi e bevande; l’anice stellato, portato in Europa già dal tardo medioevo, è stato come una “chiave falsa”, casualmente riuscita perfetta all’originale (l’anice verde) impiegata proprio al posto dell’anice verde del quale il prodotto annuo è talmente misero da considerarsi insignificante. Oggi, quindi, usare l’anice stellato è più conveniente che usare l’anice verde che, di fatto, è relegato alla pasticceria ed a pochi altri usi. I francesi che hanno sempre usato l’anice verde per il loro “pastis” e per il “Pernod Ricard” mi pare che abbiano sempre affermato che il migliore anice verde del Mediterraneo fosse quello dei Monti Sibillini, nelle Marche e chissà se lo usano veramente per i loro prodotti oppure impieghino anice verde della Provenza, della Linguadoca e delle Alpi Marittime oppure, anch’essi, l’anice stellato orientale?
2) - da “Sambuceti”, nome locale dei contadini che nell’isola di Procida lavoravano i campi d’estate e ai quali il Manzi, inventore della Sambuca fatta con anice verde (forse anche con semi di finocchio selvatico), da giovane, pare che vendesse “acqua e anice” per dissetarli, in somma faceva l’acquaiolo di campagna. Tutte le altre storie sul nome Sambuca, sono storie, favole, bufale che girano da anni nel Web. E nel web ci sono tante altre storie a tema “Sambuca”.
3) – l’unicità del nome SAMBUCA EXTRA e il diritto ad usarlo venne riconosciuta al Molinari dal Giudice Monocratico dell’epoca, il Pretore di Civitavecchia.
4) – “spararsi le pose” è gergo, non lingua napoletana; significa “darsi le arie”. Trovai questa felicissima espressione, che ho mandato a memoria e usato quasi spesso, nel bel libro del maestro Marcello d’Orta (1953-2013) “IO SPERIAMO CHE ME LA CAVO, SESSANTA TEMI DI BAMBINI NAPOLETANI” (Mondadori, 1990). Quando tra i vari produttori/distillatori lessi il nome “EVANGELISTA” mi si accesero due led, due spie rosse in testa: 1) avevo, qualche decennio or sono, già sentito parlare della EVANGELISTA da un amico venuto a mangiare la pizza da noi, un abruzzese, forse di Guardiagrele, che ne aveva portato una o due bottiglie di amaro dicendo che, a buonissimo prezzo, non c’erano differenze con quelle “griffate”; fatto è stato che gli amari finirono prestissimo!; 2) nel mio archivio doveva esserci qualcosa e l’ho scovata: sei buste per corrispondenze raccomandate della EVANGELISTA che dovrei definire “contemporanee”, se così può dirsi, perché hanno 40 anni e più; tre ve le mostro, la prima del 1979 è di formato 18 x 12, la seconda del 1980 17 x 11,5 e la terza del 1982 in formato “americano” 23 x 11; tutte e tre accettate con Mod. 22 con lineare ad inchiostro nero grasso e due affrancate col sempre fantastico S. Giorgio da £. 500, un valore indimenticabile stampato in calcografia, vero capolavoro di E. Pizzi (usato anche per le buste da lettera, mostrate, della Molinari) di un’eleganza assoluta; eccole:

solo che la distilleria era sempre in provincia di Chieti ma a Borrello (montagna vera, 800 metri s.l.m.); ho quindi telefonato direttamente a loro in S. Giovanni Teatino e la telefonista, meravigliata dalla mia insolita domanda, mi ha confermato il trasferimento di sede dell’Azienda avvenuto circa 40 anni prima; il tempo vola; il Comune di Borrello ha oggi poco più di 300 abitanti; la distilleria si trasferì in un centro molto più grande; nelle loro buste intestate c’è la data di fondazione dell’Azienda “1907”, saranno ora alla quarta o quinta generazione della famiglia Evangelista a mandare avanti la distilleria; data la crisi economica generale che ha colpito tutta l’Italia e in ogni settore merceologico, auguro loro le migliori cose in un territorio in cui anche sette o otto posti di lavoro in più o in meno contano tantissimo. Dal mio archivio ho tirato fuori altre corrispondenze di distillatori o produttori di alcoolici italiani ed ho messo da parte i più noti, con le cui corrispondenze farò altre “memoriette” riguardanti la Storia Postale; di una sola distilleria, sempre abruzzese, anch’essa del teatino, mostro la busta, cioè della Di Cicco, più giovane della Evangelista e la allego proprio perché anch’essa produce Sambuca e chiedo scusa agli altri produttori abruzzesi che non cito espressamente, ma ho la attenuante, l’esimente di non possedere loro corrispondenze da mostrare (aggiungo: nello stesso paese della Di Cicco, Villa Santa Maria, operano, cosa che ha dell’inverosimile per un Comune di meno di 1.500 abitanti, altre due distillerie). Qui, anche ai Di Cicco, produttori di Centerbe, auguro loro buon lavoro e le migliori cose, di cuore:

5) La Molinari Italia entrò nel 1999 nell’azionariato del “Limoncello di Capri S.r.l.” il limoncello più bevuto nei Bar e Ristoranti d’Italia; dal 2004 distribuisce il GIN MG ottenuto col sistema London Dry; dal 2005 distribuisce la miglior vodka russa, la TOVARITCH; nel 2012 acquisì il marchio VOV (storico, datato 1845); distribuisce l’Elisir Gambrinus (storico, nato nel 1847).
6) All’epoca (anni ’60 e ’70) era facile trovare che alcune “buone” proprietà (aziende, tenute agricole, case di lusso, ville, imbarcazioni da diporto di un certo pregio, aeromobili ed automobili granturismo) fossero intestate ad un’Anstalt del Liechtenstein per eludere certe tassazioni italiane; però non mi sono mai capitati “cavalli da corsa” intestati ad Anstalt; sugli atti di intestazione (di solito: vendite) compariva sempre il “certificato di vigenza” rilasciato dall’Ufficio delle Imprese di Vaduz e firmato dal Cancelliere Xavier Fritz, (il sigillo e la firma del quale erano arcinoti); poi intervenne una legge italiana nel 1976 tendente a far “nazionalizzare” quelle proprietà e poi una sentenza che riconobbe che le Anstalt, per la loro tipologia, fossero in contrasto con l’ordine pubblico, in somma illegali in Italia; e la moda di intestare proprietà alle Anstalt passò quasi di colpo; i miei coetanei o anche più maturi che abbiano fatto i Commercialisti in quegli anni, ricorderanno certamente i fatti. Oggi le intestazioni alle Anstalt sono possibili perché a) il Liechtenstein non è più un paese a fiscalità privilegiata, e b) le Anstalt sono considerate civilmente come S.p.A. con socio unico e fiscalmente come Società Semplici, quelle che non esercitano attività commerciale, quindi parificate alle Società “momentanee” costituite da quei giocatori privati che tentavano la sorte con mega sistemi al Totocalcio o che oggi tentino la fortuna con Cartelle di Gratta e Vinci acquistate a decine di mazzetti completi. Sono sicuro che a nessuno interessi se le Anstalt possano essere assimilate al Trust perché non riguarda la Storia Postale.
7) Mi pare che quest’impresa (il puzzle montato in verticale) fosse capace di realizzarla solo l’amico di Charlie Brown, Linus van Pelt detto semplicemente LINUS, personaggio di spicco, con la sua maglietta a righe orizzontali e la copertina in lana, quella della culla, appoggiata alla guancia <mia memoria del vecchio fumetto, storico, di Charles M. Schulz (1922-2000)>.

Antonio Rufini
05-08-2022

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