Gli Uffici Postali 1861-1946

Gli Uffici parmensi dell'Alta Lunigiana

LA STORIA POSTALE PARMENSE

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Parma 1945. La guerra, la Famija Pramzàna e Pepèn

di Enrico Dallara

La Famija Pramzàna – la “Famiglia Parmigiana” – rappresenta una delle istituzioni culturali più antiche e profondamente identitarie della città di Parma. Nacque nel febbraio del 1947, quando Parma, come l’intera Italia, cercava di ritrovare un equilibrio morale e sociale dopo gli anni laceranti della guerra e della dittatura.

In quel clima di ricostruzione, un gruppo di amici che si ritrovava abitualmente nel piccolo locale di Pepèn – al secolo Giuseppe Clerici – in Borgo Sant’Ambrogio, decise di dare vita a un’associazione capace di custodire e tramandare le tradizioni cittadine, il dialetto e l’anima più autentica della parmigianità, ispirandosi alle “Famije” già sorte a Milano, Torino e Bologna.



Figura 1 Gagliardetto de "La Famija Pramzàna"

Da quel nucleo informale prese forma una realtà vivace e appassionata, impegnata nella tutela del patrimonio culturale locale: dal dialetto al folclore, dalla riscoperta della maschera cittadina Al Dsèvod alla letteratura vernacolare. La Famija Pramzàna promosse i celebri “giovedì culturali”, concorsi di poesia e teatro dialettale, pubblicazioni specializzate come il giornalino Al Pont ad Mez – simbolico richiamo al ponte che unisce la Parma storica ai quartieri popolari della “Parma Vècia” – e corsi dedicati alla parlata parmigiana.

Accanto all’attività culturale, l’associazione sviluppò anche iniziative di solidarietà popolare, come il tradizionale Cestén ad Nadal (Il cestino di Natale), contribuendo inoltre a mantenere vive le principali festività cittadine – Sant’Ilario, San Giovanni e Santa Lucia – e a rinsaldare i legami con i parmigiani emigrati in Italia e all’estero. Centrale fu anche il sostegno al teatro dialettale, da cui nacque la compagnia teatrale dell’associazione.



Figura 2 Dsevòd, la maschera di Parma.

Secondo la ricostruzione storica di Renzo Piazza, i soci fondatori furono Adolfo Caleffi, i fratelli Italo, Giulio, Giuseppe (Pepèn) e Luigi Clerici, Ninetto Favalesi, Mario De Marchi, Gino Preti, Alberto Rampini, Ugo Ricò, Annibale Terzi, Giorgio Vanono ed Elvezio Valli: uomini accomunati dall’abitudine di ritrovarsi nel bar di Pepèn, dove l’idea dell’associazione prese forma tra un bicchiere di vino, un panino e il desiderio di restituire a Parma la propria voce più genuina. A loro si unirono presto figure illustri della cultura cittadina: Renzo Pezzani, autore dell’inno sociale; Ildebrando Pizzetti, che ne compose la musica; Jacopo Bocchialini, studioso della storia postale parmense; il pittore Latino Barilli; Glauco Lombardi, antiquario e giornalista; il soprano Renata Tebaldi; l’imprenditore Pietro Barilla; lo scultore Ninetto Camattini; i poeti Luigi Vicini e Alfredo Zerbini.



Figura 3 Il soprano Renata Tebaldi alla Famija Pramzàna (Da Wikipedia)


Fra quei nomi spicca quello di Elvezio Valli, del quale, attraverso una fortunosa ricerca, sono riuscito a recuperare una lettera. Siamo nel febbraio del 1945, pochi mesi prima della Liberazione. I devastanti bombardamenti sulla città si sono ormai diradati, ma le incursioni anglo-americane e le azioni della Resistenza continuano a colpire obiettivi strategici per spingere l’Italia verso la Libertà. È in questo scenario sospeso e inquieto che Valli scrive una lettera diretta a Varese.

Figura 4 Raccomandata Espresso dall’Ufficio Parma N°3 Via Tommasini a
Casbeno nel Comune di Varese del 20 febbraio 1945.

Figura 5 Retro della lettera da Parma a Varese, timbri di transito di Milano (22 febbraio) e di arrivo di Varese.

L’invio parte dall’Ufficio Postale Parma 3, allora situato in Borgo Santa Chiara, il 20 febbraio 1945, ed è indirizzato a Casbeno, in via Sant’Antonio 59 – oggi Viale Sant’Antonio – che all’epoca era ancora frazione del Comune di Varese, amministrativamente compresa nella Regione Piemonte. Si tratta di una raccomandata espresso destinata a una zona particolarmente delicata negli ultimi mesi di guerra: via Sant’Antonio era infatti luogo di passaggio per staffette partigiane, funzionari della Repubblica Sociale Italiana e civili, trovandosi a pochi passi dalla Prefettura repubblicana ospitata nella vicina Villa Recalcati.

L’ufficiale postale affranca la busta per 5 lire utilizzando l’intera serie dei Fratelli Bandiera insieme al valore espresso della serie Monumenti distrutti, nel pieno rispetto delle tariffe in vigore nella RSI dal 1º ottobre 1944: 1 lira per la lettera semplice, 1,50 lire per la raccomandazione e 2,50 lire per il recapito espresso. I francobolli vengono annullati con il guller “PARMA 3 – VIA TOMMASINI”, mentre sul retro compaiono il bollo di transito di Milano Ferrovia, datato 22 febbraio 1945, e quello d’arrivo a Varese, oggi difficilmente leggibile.



Figura 6 Percorso in Parma dall'attuale sede di Pepèn e l'allora sede dell'Ufficio Postale di Parma 3,
per un totale di 150 metri.

È suggestivo pensare che l’Ufficio Parma 3 sorgesse a pochi passi dal locale di Pepèn, che proprio in quegli anni stava passando nelle mani dei fratelli Clerici, futuri fondatori della Famija Pramzàna, dopo essere stato gestito dalla sorella Emilia come semplice bar di Borgo Sant’Ambrogio. Non è difficile immaginare Elvezio Valli seduto a uno dei tavolini del locale mentre scrive quella lettera, immerso in quell’atmosfera popolare e conviviale che, di lì a poco, avrebbe ispirato la nascita dell’associazione.

Figura 7 Il locale di Pepèn negli anno '50 (Da Facebook)

Da questo piccolo documento emerge così un intreccio sorprendente di storia postale, memoria cittadina e vita quotidiana. La lettera parte dalle mani di un uomo che, nel dopoguerra, sarà insignito del titolo di Cavaliere Ufficiale per il suo contributo alla rinascita culturale di Parma; l’associazione da lui fondata crescerà fino ad avere una sede stabile e persino un ristorante dedicato alla parmigianità nell’antica Porta di San Francesco; e Pepèn, minuscolo e quasi immutato nel tempo, diventerà uno dei luoghi simbolo della città, celebre per i suoi panini e per quell’atmosfera unica che ancora oggi ne custodisce la memoria, tanto da aprire, in tempi recenti, anche una succursale nel centro di Milano.

Figura 8 Attuale sede della Famija Pramzana nella storica Porta San Francesco a Parma.

Quanta storia, davvero, può racchiudersi in una sola lettera.

Enrico Dallara
09-05-2026

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