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| Abetone e il paesaggio che fu | |
| di Olga Agostini | |
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Cartolina illustrata di fine anni quaranta (immagine tratta dal web). Nel mese di aprile del 1952 all’Abetone si partoriva in casa, anzi era possibile farlo direttamente in Comune: dal ventre all’anagrafe. Questa la sorte che toccò a Nicoletta, alla quale, appena nata, fu possibile conoscere la realtà del mondo nei suoi aspetti fondamentali, quello della natura e quello della burocrazia, infatti, al primo vagito le fu possibile entrare a far parte della comunità dei residenti e dei suoi boschi. La madre non voleva lasciare la casa che abitava con la famiglia dentro al palazzo dell’ufficio postale, ma poi pensò che far nascere la piccola principessa nel palazzo più importante della zona sarebbe stato un regalo di buon augurio . Erano anni d’oro per Abetone che, terminata la guerra, da modestissima frazione di carbonai e boscaioli, si stava definitivamente trasformando in quello che Fosco Maraini definì un nido di aquile. Quei crinali nudi che segnano il confine tra Toscana e Emilia appaiono infatti candidi e selvaggi nel suo filmato con i campioni di sci dell’epoca, Celina Seghi, Zeno Colò, Vittorio Chierroni, protagonisti di scivolate tra il cielo e i paginoni del monte Gomito. Una danza ritmata da sciate fluide e libere sulla neve naturale. Discese nel silenzio della montagna, che anche allora lasciavano stupefatti. Voli felici nel paesaggio dell’Appennino, che negli anni ‘50 conservava ancora gran parte delle foreste cresciute come basamento dei crinali. Un paesaggio che era madre e padre, madre per Nicoletta e padre per chi scrive. Natura fatta di boschi, ruscelli e rocce e natura svettante di crinali aspri e nudi, così come lo sono quelli alle basse quote dell’appennino tosco-emiliano. Un paesaggio sul quale si era già impressa l’impronta dei suoi abitanti, ma che all’epoca conservava ancora quella relazione visuale tra la strada settecentesca di valico, le piramidi granducali e le vette. Le piramidi erano il simbolo dei due stati confinanti, ma anche l’elevazione dello spirito dalla terra verso il cielo e la luce del sole, emozione identica a quella procurata dalle vette sulle quali volteggiavano i nostri campioni, oltre che percorso di crescita e conoscenza. Prima di questi anni anche la civilizzazione fascista aveva colto gli aspetti benefici della montagna e nel 1931 aveva inaugurato in pompa magna la colonia Lodolo, atta ad accogliere i giovani della GIL in soggiorni salutari e formativi. Immagini fotografiche e riprese dell’epoca mostrano il fermento di ragazzi e ragazze sugli sci e, tra questi, un giovane quindicenne, che, soggiornando lì per le vacanze dopo il Natale, scriveva così alla sua famiglia:
Una delle tre cartoline scritte a casa dal giovane soggiornante alla Colonia Lodolo. 30 dicembre 1939 4 gennaio 1940 5 gennaio 1940 Non il telefono cellulare, bensì l’ufficio postale era il mezzo di comunicazione con la famiglia, per questo il ragazzo si recava qui ogni sera. Era un modernissimo ufficio postale, realizzato da uno degli architetti più interessanti dell’epoca, Angiolo Mazzoni. L’edificio, datato 1936, venne costruito più o meno in contemporanea al Palazzo Comunale, ma i due edifici mostrarono fin da subito caratteri assai diversi, pur essendo espressione del medesimo clima storico. La sede comunale, emblema del distacco di Abetone da Cutigliano, segnava la recente autonomia amministrativa, mentre l’edificio per Poste e Telegrafo rappresentava l’efficiente amministrazione dello stato centrale in quel luogo remoto, entrambi gli edifici rivestivano precisi ruoli di rappresentanza e riferimento istituzionale.
Pianta in scala 1:200 dell’edificio con la posta e il telegrafo ideato da Mazzoni. Immagine tratta dal catalogo Il palazzo comunale venne realizzato in posizione dominante rispetto al tracciato della strada per Modena e faceva da quinta ad un grande piazzale ricavato al posto del bosco, proprio all’arrivo della pista da sci della Selletta. Alla facciata venne conferita un’impostazione simmetrica, che assecondava l’impianto generale, costituito da un corpo centrale più alto e due laterali addossati e più piccoli. Ciascuno con coperture a padiglione o mezzo-padiglione. La massività della struttura venne rafforzata da un austero rivestimento in bozze di pietra squadrata e alleggerita dalle specchiature intonacate di colore chiaro e dal falso bugnato, ugualmente di intonaco chiaro, che inquadrava il portale di ingresso. Le specchiature intonacate conferiscono ancora oggi una maggiore eleganza e snellezza alla struttura edilizia. Si tratta di un edificio monumentale, costruito secondo uno stile tradizionale, adattato al contesto montano, che, insieme con il fondale verde e svettante del bosco sul retro, costituisce uno “scenario”. Il linguaggio semplice e chiaro si mostra immediatamente esemplificativo della sua destinazione d’uso, distinguendosi e distanziandosi dagli edifici già presenti sul luogo e creando un fulcro di riferimento nell’insediamento di Abetone. L’edificio delle poste e telegrafi venne invece edificato con il fronte principale sulla via, che saliva fino al palazzo del Comune, e mostrò un linguaggio architettonico dal carattere modernista, ma fu anche formalmente esemplare rispetto alla dimensione storica rivendicata dal regime fascista. Inequivocabilmente littorio, era capace di lanciare la sfida della modernità in quel luogo di boscaioli sciatori. Un struttura in cemento armato, avveniristica rispetto alla foggia degli abiti degli sciatori che si possono vedere nelle foto dell’epoca, disposta con l’asse maggiore parallelo alla linea di massima pendenza del monte, proprio come una pista da sci.
Immagine da cartolina anni quaranta. Dalle rare immagini, il fabbricato appariva come un grande parallelepipedo, dal quale, fossero state tolte parti di materiale lapideo, come da un blocco di marmo, fino a conferirgli una forma architettonica fortemente segnata dalle variazioni chiaroscurali. Il disegno d’insieme era proporzionato, simbolico e originale. La facciata imponeva sulla via l’inequivocabile segno del littorio, mitigato in alto dalla scritta poste e telegrafi, e, per il resto, presentava elementi innovativi, quali la copertura a falda unica moderatamente inclinata verso la via, con il forte segno della linea di gronda posta sullo stesso piano della facciata e parallela sia alla loggia allungata del sotto tetto che alla finestratura a nastro del piano rialzato: linee orizzontali che ricomponevano in un disegno coerente il fascio littorio della specchiatura verticale. L’ingresso alla sala centrale delle poste si apriva sul lato corto del grande parallelepipedo, che risultava arricchito da un insieme dinamico di volumi riparati dalla gronda di copertura. Qui le aperture appaiono molto piccole e l’elemento dominante è il nastro della scala esterna, che si arrampica fino al piano superiore e rompe la monoliticità del fabbricato. Nell’immagine invernale dell’edificio sembra che la neve faccia parte dell’edificio stesso, o meglio, l’edificio prolunga le sue linee dinamiche negli accumuli di neve, alludendo ancora alle piste da sci con le sue linee curve e rettilinee e relegando la simbologia fascista in secondo ordine. L’originalità dell’edificio era formale, ma stava anche nella sua capacità di condensare gli elementi salienti del paesaggio di riferimento, aborrendo la monumentalità del coevo palazzo del Comune, senza tuttavia rinunziare alla visibilità necessaria per un edificio di rappresentanza come quello, ma giocandola sulla composizione architettonica originale e innovativa. Il giovane della GIL, con i muscoli stanchi per le sciate, ma gli occhi e il cuore carichi di paesaggio innevato, si recava lì ogni sera per poter condividere le proprie emozionanti impressioni ai familiari. Subito poteva difendersi dal nevischio grazie alla copertura dell’ingresso, poi aveva la possibilità di scuotere la neve dagli scarponi salendo i pochi gradini fino al piano rialzato, mentre afferrava saldamente il corrimano per non scivolare. Veniva allora prontamente accolto dal vivace salone dell’ufficio postale, ben progettato in tutti i suoi dettagli e connotato da colori puri, pavimento e zoccolatura in tessere ceramiche blu e soffitto giallo limone carico. La sala per il pubblico doveva essere assai funzionale, in virtù del bancone posto al centro, sul quale il nostro quindicenne poteva scrivere con comodo le proprie cartoline.
La sala dell’ufficio postale negli anni quaranta. Immagine tratta dal libro già citato di M. Giacomelli. Oggi l’ufficio postale progettato da Angiolo Mazzoni non esiste più, tuttavia, prima dell’apertura della strada Ximeniana, non esisteva neppure l‘insediamento di Abetone, al suo posto c’erano folte pendici boscate attraverso le quali si snodava il percorso di valico, che forse attraversava il cosiddetto passo d’Annibale. La nuova strada carrabile venne inaugurata il 1° maggio 1781 e il passo venne contrassegnato dalle due piramidi, che furono la prima trasformazione antropica del paesaggio della modernità, delle comunicazioni e degli scambi commerciali. Si iniziò allora a costruire un paesaggio del tutto nuovo, al quale però venne conferito un nome che serbava la memoria della natura che lo aveva generato, ossia il bosco antico ove era stato abbattuto un grandissimo abete, che sei persone insieme non riuscivano ad abbracciare. Abetone dal 1936, continuò la sua trasformazione, infatti, scoperta la vocazione turistica di quel territorio, il suo nucleo abitativo era diventato Comune d’Italia e, da lì in avanti, ulteriori edifici si sostituirono a parte dei boschi. Ma negli anni ‘50, mentre si celebrava il “nido di aquile”, iniziò una ulteriore e diversa fase per quel paesaggio, quella del turismo di “massa”, che, se da un lato produsse nuovi tagli dei boschi e nuove costruzioni, dall’altro provocò anche demolizioni. La damnatio memoriae, sacrificò l’edificio di Mazzoni, che appariva troppo esemplificativo dell’era fascista o piuttosto di stile troppo innovativo per gli abitanti del luogo. Tanto è vero che venne sostituito da un fabbricato totalmente diverso e che seguiva un linguaggio architettonico vernacolare, mentre il palazzo comunale, di stile più tradizionalistico fin dall’origine, venne salvato dalla demolizione.
Cartolina illustrata degli anni ‘60 con la nuova configurazione del palazzo delle Poste (coll. D. Ciullini). La nuova stazione turistica si configurò occupando sempre più suolo e sempre più bosco, ma soprattutto erigendo alte cortine murarie che hanno quasi annullato la relazioni visuali tra il passo granducale, il bosco e i crinali. Negli anni ‘50, dal palazzo comunale e dall’ufficio postale di Mazzoni era ancora possibile allungare lo sguardo fino alle piramidi e il paesaggio naturale dominato conferiva ad Abetone un carattere di unicità. Oggi la situazione è ben diversa e quella descritta rimane una visione onirica, ma riscoprire il paesaggio e le architetture del sogno e della memoria può ancora avere un senso che va oltre lo studio storico e la nostalgia. Non si tratta di una mera cartolina ma è un’indagine interiore profonda, volta a scoprire conoscenze, che potranno poi indirizzare il futuro delle nuove generazioni. Il paesaggio è la storia e l’identità di ciascuno di noi. Olga Agostini
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