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Telegrammi Sottomarini

di Mario BONACINA

Nel 1885 il Governo italiano stipulò un contratto con la Pirelli per la costruzione e la manutenzione di dodici cavi per l’allacciamento di varie isole con la terraferma. Come conseguenza dell’accordo la Pirelli costruì a San Bartolomeo, vicino a La Spezia, uno stabilimento per il rivestimento dei cavi, ordinando al cantiere Thompson la nave cablografica Città di Milano, che operò anche oltre i confini nazionali, naufragando nel 1919 a Filicudi.

Il piroscafo Città di Milano in transito nel canale navigabile di Taranto

Le prime comunicazioni tra la penisola italiana, le isole maggiori e con l’Albania furono eseguite da una società inglese che ne aveva anche la manutenzione, ma dal 1884 l’Ing. Pirelli concepì l’idea audace anche in questo campo, di sostituirsi all’industria straniera. Iniziate le trattative con l’Amministrazione dei Telegrafi Italiani che, dopo un periodo di passioni e i rischi a cui andava incontro, nel 1885 firmava a Roma due convenzioni col Governo.

Con la prima si obbligava a costruire e immergere tra l’Italia e le isole, 12 cavi sottomarini per una lunghezza complessiva di 800 km. e a curarne la manutenzione in perfetto stato per 20 anni.

Con la seconda si obbligava a far costruire a proprie spese, un piroscafo attrezzato, capace di portare almeno 400 tonnellate di cavo e di consegnarlo alla Regia Marina.

Questa a sua volta doveva mettere il piroscafo a disposizione della ditta Pirelli per i lavori relativi ai cavi, provvedendo all’equipaggio, ufficiali e dotazioni, mentre la Pirelli avrebbe dovuto provvedere al personale tecnico specializzato e per questo alla fine del ventennio sarebbe passata in proprietà alla Regia Marina.

Nel 1887 il Città di Milano era pronto ed iniziò la sua gloriosa opera con la riparazione di un vecchio cavo inglese posato nel 1860 per conto del governo Borbonico di Napoli tra Otranto e Valona.

Dal 1888 la Pirelli entrò in concorrenza con le maggiori case inglesi in una gara indetta dal Governo spagnolo per la posa di un cavo tra la Spagne e le Isole Baleari.

Andato bene questo lavoro si aggiudicò, sempre per conto della Spagna, la posa di sette linee con il Marocco e con Tangeri. Nonostante le difficoltà dovute alle correnti marine dello Stretto di Gibilterra, l’impresa riuscì felicemente, dimostrando che gli italiani non erano secondi a nessuno.
Proseguì con successo la posa allargandosi successivamente nel Mar Rosso e nelle isole greche.
Proseguirono lavori nel Nord Africa, nella guerra Italo-Turca (1911-1912) ed in special modo nelle isole turche dell’Egeo, dove il Città di Milano ebbe un ruolo importante nel tagliare i cavi delle linee che raggiungevano i turchi. Altro ruolo importante ebbe nella Grande Guerra, ove in veste di guastatore, ebbe l’incarico di tagliare il cavo austriaco della linea Trieste-Corfù, essendo l’unico cavo rimasto in attività dei nostri nemici di allora che dava la possibilità di comunicare col mondo.

I due cavi Italiani
Il cavo sottomarino Liguria-Corsica-Sardegna
(24 Luglio 1854)

Il progetto della linea telegrafica sottomarina La Spezia-Corsica prevedeva un collegamento fino all’Africa Settentrionale e precisamente a Bona (ora Annaba, Algeria) passando dalla Sardegna.
La direzione dell’impresa fu affidata alla società inglese dell’Ing. J. Watkins Brett che ne assunse anche la concessione per 50 anni. I cavi costruiti dalla ditta Kuper & C. di Londra, furono forniti dalla ditta Tupper e Carr mentre gli avvolgimenti e i rivestimenti alla Statham anch’esse società londinesi.
Al piroscafo inglese detto il “Persiano” che si avvaleva di propulsione ad elica, venne affidata la posa in opera. Era il 20 luglio 1854, e alla foce del torrente Magra, presso il forte di Santa Croce ebbe inizio la posa del cavo. La Corsica venne raggiunta il 24 luglio e il mese successivo fu calato il secondo tratto sottomarino che collegava la parte meridionale dell’isola con la Sardegna attraverso lo stretto di San Bonifacio. Il terzo ed ultimo tratto, doveva proseguire tra capo Teulada e la costa algerina ma il progetto fu abbandonato a causa di un guasto al cavo rendendolo irrecuperabile.
Il collegamento funzionò fino al l’aprile del 1864, quando un guasto lo rese irreparabile.


Il cavo sottomarino Calabria-Sicilia
(25 Gennaio 1858)

Alla fine di settembre del 1857, l’Ing. Jacopo Bozza, incaricato dal Real Governo, aveva ormai completato e congiunto tutte le stazioni della rete telegrafica siciliana.
Tutti i dispacci provenienti dalle varie città dell’isola per il continente, venivano trascritti e Trasportati via barca per lo stretto ed a Reggio venivano ridigitalizzati con una macchina Hanley. Tuttavia i considerevoli ritardi isolani nell’invio dei dispacci a Napoli e all’estero, generarono le proteste degli operatori commerciali che, sostenute dal direttore della Telegrafia Siciliana e dal Ministro per gli affari della Sicilia, convinsero il Governo a posare un cavo sottomarino attraverso lo Stretto.

Il 25 Gennaio 1858, servendosi del brigantino borbonico “Principe Carlo” vennero postai i cavi telegrafici necessari per coprire la distanza tra Villa San Giovanni-Cannitello e Messina-Ganzirri.


Posta e telegrammi
Genesi di un nuovo servizio per comunicare

In Italia ed in alcuni territori annessi al Regno di Sardegna sin dal 1860 furono introdotti dei modelli di telegramma con intestazione “Telegrafi Italiani”, mentre nelle provincie meridionali fu invece adottata l’intestazione “Telegrafi dello Stato”.

La differenza di tali intestazioni è da ricondursi solo ed esclusivamente ad una questione politica ma sta di fatto che dal 17 marzo 1861 l’intestazione dei telegrammi in circolazione nelle regioni del centro nord presentava la dicitura “Telegrafi Italiani”, mentre al sud rimaneva invariata in “Telegrafi dello Stato”.

Per qualche anno la situazione rimase invariata fino a quando si giunse ad adottare ufficialmente la dicitura usata per il meridione

Fin dall’apertura del nuovo servizio al pubblico, in vari paesi vennero emessi appositi francobolli per il pagamento delle tasse telegrafiche.
In Italia non avvenne così, anche se nei primi anni del Regno ci fu qualche ditta che sottopose alla Direzione dei telegrafi dei saggi di francobolli finalizzati per tale uso, la risposta da parte della direzione fu negativa.
In seguito non si arrivo mai ad emettere alcun tipo di francobollo specifico per il servizio del telegrafo anche se specifici francobolli per gli usi più disparati (Posta pneumatica, enti parastatali, pacchi in concessione, ecc. ecc.) vennero regolarmente emessi.
I saggi di francobolli telegrafici presentati alla Direzione di Telegrafi, furono proposti da Giuseppe Re, e dalla ditta Hummel.

I saggi di Giuseppe Re, vennero stampati probabilmente nel 1864, in più colori sia con il profilo del re che con lo stemma sabaudo. I valori previsti erano da cent.80 oppure da lire 1,20.
In base al Regio Decreto Legge n.1659 del 28.1.1864, il valore di lire 1,20 rappresentava la tassa per un telegramma fino a 20 parole e per una distanza fino a 100 chilometri.

I saggi Hummel, anch’essi stampati nel 1864, esistono in più colori tutti con valore da lire 2, che era la tassa per un telegramma di 25 parole e per una distanza fino a 100 chilometri.

La stranezza delle Poste Italiane, sta nel fatto che l’unica emissione di francobolli, o meglio di “marche” sia stata quella ordinata da un Comando Militare dislocato in Albania all’epoca della prima guerra mondiale. Non esistono notizie certe, ma pare che questa emissione sia stata stampata a Bari presso la casa editrice Laterza.
Di essa non si conoscono nemmeno i valori che compongono la serie e per come la precedente il simbolo rappresentato è unico ma in varie versioni di colore.

Due le diciture impresse così i numeri all’interno del disegno: Telegrafo di Valona 1 oppure Telegrafo di Himara 5. I numeri non indicavano il valore della marca, ma bensì la quantità di parole cui la marca dava diritto, evidenziato in basso con la scritta parole. Si presume che l’anno di emissione fosse il 1916, ma trattandosi sicuramente di una emissione non ufficiale la data e l’uso vero e proprio non è stato ancora accertato.

La politica di non emettere francobolli per assolvere la tassa del servizio telegrafico persiste ma nel 1880 vennero stampati dei suggelli dette comunemente vignette dentellate.
Simili a francobolli che, avendo abolito la busta per il recapito del telegramma, veniva apposto direttamente sul modello di telegramma che prevedeva una appendice per la chiusura dello stesso in funzione di chiudilettera riportando la dicitura “Telegramma dello Stato”.

Tassa telegrafica di spedizione pagata tramite francobolli

Il Regio Decreto n.1146 del 17 dicembre 1882 concede la facoltà di pagare le tasse telegrafiche mediante francobolli postali. Questi ultimi dovevano essere applicati direttamente dal mittente in quanto l’ufficio telegrafico non era abilitato alla vendita di francobolli, essendo a quell’epoca separato da quello postale. Il foglio o il modello con il testo del telegramma e i francobolli applicati poteva essere presentato all’ufficio telegrafico oppure immesso in apposite cassette.
La disposizione di legge ebbe corso fino al 7 giugno 1923.
Oltre ai moduli telegramma vi erano le lettere telegramma comparse negli anni ‘20 e usate solo nel caso che il cavo sottomarino o disfunzioni alle apparecchiature di superficie non consentivano l’invio corretto del telegramma. Altri oggetti abilitati all’affrancatura con francobolli erano i “Telegrammi Augurali”, i telegrammi lettera “Giornaliero” o “Settimanale” Italcable, con testi non inferiori a 25 parole che molto frequentemente venivano inviati per le vie ordinarie di posta.


Fonti letterarie e Iconografiche:

Cernemolla Stefania Elena – Il mare per comunicare - Studi di storia contemporanea 2013
Del Grande Ernesto – I cavi telegrafici sottomarini - Archivio Pirelli
Valter Astolfi: Telegrafo & Posta 1861-1961
Wikipedia Pubblico dominio - Il brigantino Principe Carlo
Posta e Società: Il servizio telegrafico. - G.V. Images Collection – Sergio Castaldo Images Collection

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