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| Il diavolo veste Prada |
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| di Alessandro Blasi e Sergio De Benedictis |
Doveva essere una spietata critica nei confronti del mondo della moda, una commedia sull’inconsistenza dei suoi valori (quelli morali, non quelli economici, of course) e soprattutto un manifesto irriverente contro gli standard a noi oggi imposti dalla stessa. Ma non è stato così. Il diavolo veste Prada è stato uno dei più grandi successi del 2006: ambientato nel mondo della moda e ispirato ad un bestseller di grande successo che il regista David Frankel ha portato sullo schermo con humour e un tocco di glamour, ci viene svelato un universo che brilla e vive di luce propria, una luce data soprattutto dagli strass degli abiti e dai luccichii delle costose stilografiche di mariti miliardari mentre vengono usate per firmare assegni da mille e una notte.
-Mi sono detta: per una volta assumi la ragazza sveglia e grassa, non quella magra e inetta- , sibila una platinata ed arrogante Meryl Streep nei griffati panni di Miranda Priestley nonché direttrice/dittatrice di "Runway", una delle riviste-Bibbia della moda che tanto assomiglia a “Vogue”. Davanti a lei c'è Andy, una speranzosa e un po’ imbranata fanciulla (Anne Hathaway) che vorrebbe fare la scrittrice e che in sovrappeso ovviamente non è, ma dato che le taglie migrano verso il basso (oggi la 38 è la vecchia 40, la 36 è la 38 e la 42 equivale alla 56 di una volta, come si puntualizza nella pellicola) e, secondo un dogma che prescrive dieta di sola insalata, viene considerata in leggero sovrappeso. L'impiego come assistente di Miranda, il cui regno satanico e luciferino è tale da tenere la redazione in uno stato di febbrile angoscia perenne, le potrebbe aprire diverse porte verso il lavoro di giornalista che tanto desidera: si tratta solo perciò di stringere i denti per un po', cercando di rimanere immune al fulgido e crudele mondo della moda. Ma cominciando a osservare attraverso gli occhi di Miranda, Andy capirà che non si può passare incolumi attraverso i riflettori delle passerelle senza vendere l'anima al diavolo. Il rapporto fra le due, infatti, è un po’ come quello tra Mefistofele e Faust, dove Andy impara la lezione e in stile Eliza Dolittle del Pigmalione si trasforma, e si qualifica quasi come una futura competitrice del delicato e raffinato stile di Audrey Hepburn.
E tra vestiti di lusso, feste esclusive, cascate di flash e fiumi di champagne, la ragazza imparerà a vestire i panni, non solo metaforici, di una donna che in un mondo così particolare naviga a vele spiegate, in un’atmosfera di delirio dove le sfilate di Parigi sono il coronamento di una vita e il non entrare in una taglia 36 è un peccato imperdonabilmente grave. Ma come una bolla di sapone scintillante, ad un certo punto, preda dell’immancabile tocco di moralismo finale, dovrà fare i conti con le sue passioni autentiche e si accorgerà che saper distinguere una borsa Gucci da un’altra di Prada, vedere la differenza tra tulle e chiffon e veleggiare sempre in bilico su vertiginosi tacchi a spillo, non sono le cose più importanti nella sua vita, sottolineando il tema del film che è appunto il saper fare la scelta giusta e il vedere aldilà aiuta solo ad allontanarci dalla vera, pura essenza delle cose, la semplicità. Ma semplicità non è vocabolo né criterio riscontrabile nel mondo della moda e in questo film lo si vede bene quando viene descritto secondo i più ovvi luoghi comuni dei media e i sogni più banali: restando in perfetta sintonia con i sintomi di collasso provenienti dal mondo in cui viviamo. Nella pellicola si evita con particolare cura ogni accenno o discorso che consideri la moda per quello che davvero è, cioè un business internazionale di grande importanza, soprattutto economica. Possiamo benissimo affermare che l’immagine della moda in questa pellicola è una forma d’arte coltivata ed eternizzata sin dalla notte dei tempi, ma rendetevi conto che se non si possiede un paio di stivali Jimmy Choo o Manolo Blahnik, per quelli che lavorano nel mondo dorato della moda non sei nessuno. Ispirato all’omonimo romanzo edito dalla Piemme e scritto da una Lauren Weisberg che satireggia con un impietoso ritrattino sul suo ex-datore di lavoro, (Anna Wintour direttrice di Vogue), questa pellicola rende meglio del suo equivalente cartaceo, grazie alla vivacità ed allo smalto creato dalle ferree battute della Streep, in seguito a questo film ribattezzata la ‘Crudelia Demon’ della moda.
Un’ora e mezza di pura evasione dalla realtà, quindi, con conseguente voglia di girare il mondo per indossare le più belle collezioni dei più grandi stilisti (alcuni dei quali vengono ripetutamente menzionati nel film) e non preoccupatevi se come Andy non sapete nulla di questa realtà (celebre la sua battuta: «Gabbana, con una B o con due?»); alla fine anche voi diventerete degli esperti e vi chiederete perché mai il diavolo non debba vestire Armani, Valentino, Krizia o Missoni….
Cantava Marylin che "i diamanti sono i migliori amici delle ragazze". Oserei concludere dicendo che oggi invece lo sono le scarpe. Firmate, ovviamente (ma che ve lo dico a fa’….)
Alessandro Blasi e Sergio De Benedictis |
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