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Non è un Pavese felice |
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| di Alessandro Blasi e Sergio De Benedictis |
"Il calzolaio fa le scarpe e il capomastro fa le case - meno parlano del modo di farle e meglio lavorano: - possibile che lo scrittore debba invece impunemente chiacchierare soltanto di sé?"
Con queste parole Cesare Pavese prese le distanze dall'autobiografismo paternalista affermatosi tra i suoi contemporanei. Così Calvino: "Ciò che scrivo devo giustificarlo, anche di fronte a me, con qualcosa non solo individuale."
Quel che possiamo intravedere nell'esperienza di Pavese va ancora oltre: se anche avesse voluto parlare dei fatti suoi, non ci sarebbe riuscito. Anzi, la scrittura gli è stata d’aiuto proprio come un’evasione: scrivendo romanzi di ambiente contadino e di futuri americani riuscì a fuggire dalla realtà passata e presente.
Fugge dal contrasto tra un'infanzia sofferta e ingenua e una maturità di consapevolezze pesanti, difficili da portare sulle spalle; fugge da quello tra l'amore compromesso di sua madre e quello assente o travagliato delle donne amate; da quello tra la morte prematura del padre e la paura di vivere e di conoscere il mondo, del figlio e fugge dalla nostalgia per l'amata campagna della povera gente per approdare alla freddezza umana della nuova Torino.
Così, scrivendo, Pavese non cerca soluzioni ai suoi enigmi, ma soltanto un motivo per mantenerli tali, per mandarli avanti, per accettarsi e per accettare la vita stessa. Ed adattarsi non deve essere stato facile: la sua esistenza è spogliata dei sogni e delle certezze della fanciullezza, priva, quindi di riparo o rifugio e totalmente in salita e in balia della tempesta. In queste condizioni nessuna ragione, nessun senso può restare ancorato alla vita. Eppure, scrivendo, riprende fiato, riacquista e spende energie: scrivendo accetta la vita, lo scrivere diventa la sua vita; ma scrivere/vivere resta un lavoro, faticoso per giunta, che lo stanca molto: lavorare stanca, vivere stanca. Solo così può dare valore alla sua vita, solo questo la rende degna d'essere vissuta: arrivare alla sera stanchi, esausti e estenuati dalla lotta con il destino, con quegli enigmi che lo consumano da dentro. La stanchezza è la prova che, giorno per giorno, si sta guadagnando piano piano sempre più libertà, sempre più vita. La stanchezza, il lavoro, la fatica ridanno alla sua vita valore, senso, dignità, nonostante il doloroso cammino che ogni giorno deve intraprendere.
"Anche la lotta contro la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice." (Camus, il mito di Sisifo). Le sue ultime parole: Untersteiner, un suo grande estimatore, scrisse al riguardo: "...è qualcosa che stupisce. Io sento la potenza di quel "Va bene?": è una parola di dominio e fermezza. E di stacco. Credo che molto raramente si troverà una tale scarna schiettezza davanti al mistero. Di fronte a chi va incontro a questo mistero, bisogna tacere. L'ultima parola di Pavese mi sembra ….. di una moralità altissima." Alessandro Blasi e Sergio De Benedictis |
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