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  Sappada 1917-19: un Comune nel nostro Comune
ricerca di Roberto Monticini

 



Documenti provenienti dall'archivio del Comune di Sappada

Sappada (BL) torna dopo 95 anni a “fare” municipio ad Arezzo

(da: http://www.comune.arezzo.it/ufficio-stampa/archivio-comunicati/2014/sappada-bl-torna-dopo-95-anni-a-201cfare201d-municipio-ad-arezzo)

"È stata ricevuta in Consiglio Comunale dal presidente Luciano Ralli una delegazione del comune di Sappada (Plodn nel dialetto tedesco sappadino, Sapade in friulano, Sapada in ladino, Pladen in tedesco) (...)

Il motivo della visita è da collegare alla prima guerra mondiale che coinvolse direttamente Sappada a causa del vicino confine, tenuto costantemente dagli alpini e rifornito con la partecipazione dell’intera popolazione dalla fine di maggio del 1915 alla fine di ottobre del 1917. Si conserva memoria della dedizione con cui la popolazione civile di Sappada contribuì all’approvvigionamento di soldati italiani col concorso di donne, giovani e anziani, che durante la primavera del 1916 riuscirono addirittura a trascinare, a braccia, due cannoni da 149 fino ai laghi d’Olbe. In conseguenza della rotta di Caporetto, il fronte fu abbandonato in una precipitosa ritirata e Sappada evacuata. Più di 800 profughi furono riuniti ad Arezzo, dove trovò sede provvisoria anche il municipio di Sappada, finché gli stessi poterono tornare nella loro vallata il 22 marzo 1919.
(...) Con Luciano Ralli, erano presenti alla cerimonia i consiglieri comunali Gianni Pagliazzi, Roberto Ruzzi e Gianni Cantaloni. È stato proprio quest’ultimo a ricostruire la storia “aretina” degli abitanti di Sappada: “il municipio sappadino venne collocato in via Bicchieraia 1. L’impegno del prefetto del tempo permise il ricongiungimento di molte famiglie sappadine che nel lungo trasferimento ferroviario si erano inevitabilmente scomposte. In questo lavoro venne aiutato dalla maestra Maria Cratter che riuscì a rintracciare anche un bambino la cui famiglia era finita profuga in provincia di Genova. Per vivere, il governo stanziò per ogni sappadino 1,25 lire se singolo e 2 lire se era sposato. Ma la storia narra anche che i sappadini qui ad Arezzo non restarono con le mani in mano, impegnandosi in ogni lavoro utile alla comunità. Si costituì un comitato e nell’estate 1918 la febbre spagnola non risparmiò, purtroppo, neppure questi profughi. Ne morirono 72. Intanto a Sappada, durante il periodo difficile dell’occupazione austro-ungarica erano rimasti 327 sopravvissuti e questo incentivò il ritorno a casa anche di chi era ad Arezzo”.
(...) Don Alvaro: “conserviamo copie degli atti di battesimo in pieve di sappadini. Dunque, accanto a ricordi tragici legati al conflitto, è giusto rilevare come la presenza dei profughi sia stata anche accompagnata da bei momenti. Siamo dinanzi a una pagina di storia aretina che torna a galla dopo 100 anni, personalmente posso solo aggiungere un aneddoto legato a un mio campeggio organizzato dall’Azione cattolica proprio a Sappada che vissi accanto alla parlamentare Rosi Bindi”."

Estratto dell'intervista a Giovanni Puicher Soravia, Sappada BL
Nato il 18 ottobre 1903

(da http://archiviointervistedicamillopavan2.blogspot.it/2010/09/sappada-giovanni-puicher-soravia.html)

Nastro 1996/1 - Lato A 1 febbraio 1996
*
D. Ricorda quando siete dovuti andare via da Sappada?
R. Sì, ... il 28 ottobre del 1917.
*
Nastro 1996/1 - Lato B
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Il 28 abbiamo saputo che c'è stata la rottura, là verso Caporetto.
Non c'interessava [perché] eravamo così lontani...
Però nei due giorni seguenti vengono dei soldati: «Dovete andare via da qui, c'è stata la rotta, i tedeschi sono penetrati verso Caporetto».
Ma siamo pur qua! Come a dire: siamo distanti da Caporetto.
«No, no» c'han intimato.
Sa cosa facevano questi soldati sotto le borgate gettavano delle bombe a mano, i militari nostri, per farci impaurire, per farci scappare.
Buttavano delle bombe come a dire: «C'è la guerra qui, dovete andar via sennò bruciamo le case».
Sì, gli italiani, perché andassimo via.
A noi non c'interessava andar via.
*
(...) noi si pensava di andare a Santo Stefano, forse in Cadore, appena. Sarà un momento...
Abbiamo dormito a Santo Stefano vicino alla chiesa,
Era proprio il primo novembre,
Siamo qua, e pioveva a dirotto. Siamo qua, ma dove andiamo, cosa fanno di noi?
«Dovete andare avanti.»
C'era un comando, un piazzale di là del fiume. Ci han consegnato un buono, abbiam messo in tasca il buono. E poi...
«Ma qui non dovete stare, dovete andare avanti!» ci dicevano i soldati.
Noi con i carri, io e la zia, una mantellina ci han dato. Pioveva a dirotto.
Nella valle che va fuori a Cima Gogna, la strada antica non la galleria, pioveva a dirotto, tutte le truppe in ritirata, pensi che casino!
io e la zia con i buoi piccoli, lo zio con le mucche e con un altro carro, siamo arrivati a Lozzo. E cosa fare?
*
D. Gli altri abitanti di Sappada, sono venuti via con voi?
R. Sì, siamo tutti venuti via...
A Santo Stefano avevamo venduto il bestiame in più; ci siamo tenuti quello per tirare i due carri.
Siamo arrivati a Lozzo. Cosa fare?
Nostro padre ha detto: «La prima casa di Domegge no, la seconda andando in giù, che conosco la famiglia, lasciate là tutta la merce.»
Siamo andati giù. Le bestie le abbiamo lasciate a Lozzo, da uno che mio zio conosceva, osteria La Luna si chiamava. Abbiamo lasciato là queste bestie con il carro [...]
Il maiale con i maialini li abbiamo lasciati là, a quella donna dove abbiamo dormito a S. Stefano. siamo andati giù a Domegge, in questa seconda casa, aspettando gli altri, tutta la famiglia, che c'era quattro bambini della zia più nonno e nonna che son rimasti a S. Stefano.
Nel frattempo li avevano caricati e portati a Calalzo con i camion, la massa di Sappadini, forse seicento.
D. Solo a Sappada gli abitanti son stati costretti ad andar via o anche a S. Pietro di Cadore, non so... ?
R. Anche qua, ma non tanto. Era soprattutto Sappada che è stata costretta ad andar via...
*
D. Ho visto nei registri del Comune che trecento persone non sono andate via...
R. Sono rimaste, sa perché? Erano un po' fuori strada, erano nei paesi piccoli. Sono rimasti alcuni a Cima Sappada, e poi quei paesetti su, due-tre paesetti.
Poi abbiamo scaricato a Domegge tutta la roba [...] Tornando indietro verso Lozzo, con lo zio e la zia, con la mantellina, a piedi sempre a piedi, tutta quella maledetta valle a piedi... Pioveva a dirotto, i militari in rotta, ognuno per suo conto, sbandati. Erano tutti come sbandati, "si salvi chi può".
D. Anche qui, nel Cadore? Mi sembrava di aver letto diverso.
R. Sì...
Allora, tornando indietro verso Lozzo pensavamo di andare dormire a Lozzo dove avevamo le bestie. Vediamo una colonna di militari, di camion. E da uno [di questi camion si sporge] una ragazza che si conosceva. «Ehi – dice - sono qua i vostri, sono qua dentro!».
... invece di andare a Lozzo [ritorniamo]verso Calalzo.
[...] C'era un sergente nostro paesano, che era là di servizio a Calalzo – si chiamava Piller Onder Augusto, una brava persona. È morto alla vigilia dell'armistizio, brava persona – e dice: «Mezz'ora fa ho accompagnato in treno la nonna che stava male. Son partiti mezz'ora fa».
Noi rimaniamo a Calalzo, avevamo questa catasta di 33 colli, ognuno ci aveva dato un fascio dentro ad un lenzuolo, per vestirsi.
Per noi avevamo portato due sacchi pieni di forme di formaggio, e in più avevamo un sacco di fagioli.
A Calalzo ci siam trovati ancora in 150, in attesa. Erano quelli che sono venuti dopo, sempre di Sappada. Là non abbiamo visto nessuno di altri paesi.
Dopo tre giorni di attesa ci han caricato sul treno e abbiamo viaggiato tutta la notte. La mattina dopo eravamo a Fano. Là ci han fatto scendere e siamo saliti in città, una città cinta di mura. Sa dove ci han messo prima, perché non ci sparpagliassimo? Nel cimitero!
L'ho scritto, nel cimitero di Fano, perché erano impreparati.
Finalmente ci han messo su una grande aula del patronato scolastico, su in soffitta, un grande stanzone, e là siamo rimasti un mese.
Un giorno, guardando fuori, abbiamo sentito dei colpi di cannone. Sa che c'erano sei navi austriache, là davanti a Fano? Cercavano di colpire la stazione e il ponte sul Metauro. Tutto un fuggi fuggi generale, per andar dietro le mura, dall'altra parte di Fano. Tutti scappavano.
Beh ... dopo, da un giornale, abbiamo saputo che i nostri paesani erano ad Arezzo. Così dopo un mese ci siamo ricongiunti. Siamo stati là ad Arezzo su una villa, "villa Subbiani", appena fuori di Arezzo. L'ho scritta tutta questa storia.
Quelli che sono rimasti a Sappada sono stati niente male, perché erano tutti contadini. Vivevano, vivevano e poi forse han "preso su".
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È che mio nonno non voleva andar via. Diceva a mia nonna: «Lasciami qua, lasciami qua... ti do l'ultimo soldo, lasciami qua, non voglio andar via. Lasciami qua, per amor di Dio». Difatti è morto laggiù, profugo, dal dispiacere, dal crepacuore. [...]
Siamo rimasti giù diciassette mesi, sparpagliati.
I primi che sono andati giù - con i seicento - son arrivati fino a Firenze e li han messi dentro a dormire a Santa Maria Novella, nella chiesa. E dove metterli, all'aperto? Poi li han portati a Arezzo nel teatro, come si chiamava quel teatro... "Politeama Aretino", e dopo li han smistati.
La nostra borgata, borgata Fontana, è andata a finir tutta nella villa Subbiani, una cinquantina di persone. Era una villa proprio, di un possidente che aveva mezza collina poco fuori di Arezzo, mezz'ora; di sotto c'era la chiesa dei cappuccini, il convento. La località non aveva un nome, era proprio sopra la villa Redi, quel famoso umanista.
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Laggiù, prima ho fatto lavori nella vigna di questo signore. Si faceva dei muretti pieni, ci faceva lavorare e si prendeva qualcosa, due lire al giorno [...] una lira e 25 al giorno, dal governo. E i nonni, che figuravano separati, prendevano due lire per ciascuno.
Di pane ce n'era abbastanza, e allora cosa si faceva? Zuppa! Non v'era verso di far la polenta come si usava noi. C'erano quei fornelli come usano loro, a carbone; come si fa a far la polenta? Sempre zuppa!
Era zuppa di farina bianca abbrustolita di frumento, farina bianca, non di mais; ma quanta zuppa abbiam mangiato! Pane ce n'era abbastanza, lo [mettevamo] dentro il pane, in questa zuppa.
La zuppa si faceva con l'acqua. Il latte lo davano solo ai malati. Acqua e sale, e farina abbrustolita, farina di frumento.
Noi la si chiamava brhenzuppen – qua abbiamo un dialetto tedesco – che vorrebbe dire un po' bruciata, perché prima bisognava abbrustolirla, la farina, fin che diventava scuretta e poi l'acqua sopra. Io la mangiavo volentieri.
D. La mangiavate anche qua in paese?
R. Sì, sì, sempre, ma molta polenta. La mattina era polentina, diciamo; quella si faceva in pochi minuti [...]
A villa Subbiani, dopo aver lavorato in questi filari di uva, il nostro cappellano mi ha trovato un posto come garzone in un negozio di ferramenta in città di Arezzo, da "Ricci e Pellizzari".
Il cappellano era Don Emilio Troiero. Mi ha trovato il posto come commesso e son stato là parecchio. Non ricordo neanche la paga che prendevo. Il negozio vendeva ferramenta, misticherìa ... misticherìa vuol dire stucco, oli, così.
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Nastro 1996/2 - Lato A
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(...) C'han sparpagliato un po' dappertutto.
A villa Agazzi erano cento paesani, villa Agazzi era di là di Arezzo. Poi ce n'era 200 a Cortona, un po' sulla villa del Vescovo in buona parte tutti ammucchiati, una branda dietro l'altra.
Noi a Arezzo avevamo anche le camere.
Nessuno ha visto a Camucìa che erano in fila, dentro a un grande salone! Erano in duecento là a Cortona.
Poi ce n'era a San Giovanni Valdarno, a Quarata, a Stia, Poppi, a Ràssina nel Casentino.
Uno, che aveva la moglie incinta, nella confusione sa dov'è arrivato? Una bella mattina, che eravamo là alla villa - c'era un viale – arriva ... «Ma chi è quello?» Non è Giorgio Benedetti! Il contadino, lo si chiamava noi - paur - vuol dir contadino. «Ma quello lì è il paur, il contadino.»
«Cari ragazzi, qui siete a casa!» ha detto «sapete dove sono stato io?»
«Dove?»
«A Caltanissetta.»
«Ma perché non siete sceso prima? Perché non siete sceso prima, Madonna? Scendete...» Più in là di Caltanissetta non poteva andare.
Arriva un altro che aveva famiglia là alla villa, Egidio Kratter si chiamava. Quello era stato in Puglia!
Poi son venuti quasi tutti là, ad Arezzo.
D. Come vi trattavano gli abitanti del posto?
R. Eh! l'ho scritto qua... Sa cosa dicevano queste donne, queste donnette, ai bambini cattivi: «Se non state zitti vi faccio mangiar da un profugo!»
Oppure dicevano: «Accidenti a li profughi e chi ce l'ha portati!»
Noi si andava a mendicare un po' di farina da polenta e siccome noi si parlava in tedesco – ma il mio nonno sapeva bene l'italiano – pensavano che fossimo tedeschi.
Ma dopo nel '44, quando c'era la Linea Gotica avran pensato ai profughi di Sappada. «Ma guarda, succede anche a noi... ».
D. Però non è che vi trattassero male. Dicevano così...
R. No, no... Una mia cuginetta (Angela) l'aveva presa su dei benestanti proprio là sotto, come in famiglia. Poi l'altra mia sorella, che aveva 12 anni circa (Margherita), faceva baby sitter a un bambino di due anni, la baby sitter in città.
D. Ma si chiamava baby sitter anche allora?
R. Ma no! Custodiva questo fanciullo! Baby sitter è venuto dopo. Guardava questo bambino; è stata là tutto il tempo. Un'altra cugina, che era del 'Sei, era presso una famiglia di due sposi giovani.
D. Restando alle autorità: il parroco l'hanno messo dentro...
R. Sì, ma dopo un quattro cinque mesi l'hanno rilasciato. È venuto con noi ad Arezzo.
Il cappellano don Remigio [?] Troiero e la maestra, che si chiamava Kratter Maria erano presso i padri Serviti di Arezzo, e il parroco poi è venuto anche lui.
Sotto di noi c'era la chiesa dei Cappuccini, di Santa Croce. Ma era basso, Santa Croce.
D. Dunque eravate in contatto, fra voi abitanti di Sappada.
R. Sì, sì. Anzi una volta io e la nonna da Arezzo siamo andati a Cortona. Il 22 febbraio era Santa Margherita a Cortona, mia nonna si chiamava Margherita e siamo andati là per Santa Margherita a trovare i paesani. «Quando finisce questa guerra? Quando andiamo a casa?», dicevano. Ma eravamo appena a febbraio.
D. La guerra è finita il 4 novembre 1918, perché siete stati diciassette mesi profughi?
R. Invece siamo arrivati qua appena agli ultimi di marzo [del '19]. Prima hanno mandato su gli uomini a vedere se era tutto a posto, a mettere un po' in ordine. Avran pensato: «Non possiamo mandarli giù in pieno inverno.»
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[Per controllare alcuni nomi di Arezzo, leggo dalle sue memorie scritte].
Cav. Subbiani (proprietario della villa in cui era alloggiato Puicher). Mesticheria: il capocommesso era Attilio Serrini; il negozio si trovava in corso Vittorio Emanuele di fronte alla chiesa di S. Spirito; proprietario era il professore Ricci, insegnante di disegno, sotto le armi.
Alla barriera del Dazio, in fianco a destra c'era un caffè bar dove con una palanca mangiava la minestra alla trattoria del Corso. [...]