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  Campo di concentramento di Renicci - (Motina) Anghiari
di Roberto Monticini

Il "Campo di internamento fascista e badogliano n. 97" di Renicci era situato nella frazione Motina nel comune di Anghiari; con il numero 97 era gestito dall'amministrazione Militare, con nunero di Posta Militare 3200 e da quella Civile con il numero 54.

Cartolina illustrata del 27 agosto 1942 di un pdb. Militare impiegato nel Campo di Concentramento
(collezione Carlo Pittarelli)



I prigionieri giungevano a Renicci dai campi di Arbe (Rab ), un'isola a sud di Fiume nel golfo del Quarnaro (Carnaro), di Gonars (Udine) e di Chiesanuova (Padova).
Giunti alla stazione di Anghiari, venivano incolonnati e condotti a piedi per 4 chilometri e mezzo fino al campo.
Il primo arrivo a Renicci è del 10 ottobre 1942. A metà dicembre i prigionieri erano già 3.884, sorvegliati da 450 uomini fra militari e carabinieri. Il campo aveva funzione di carcere. Gli uomini, in gran parte sloveni della "Provincia di Lubiana", erano in attesa di sentenza.
Risulta difficile stabilire quanti uomini siano passati da Renicci. Una stima attendibile parla di circa 10.000 internati in 11 mesi di vita del campo.

Tra il luglio e l’agosto 1943, con la caduta del fascismo e l’avvicinarsi delle truppe anglo americane, vennero trasferiti a Renicci 234 confinati politici provenienti dalla colonia di Ustica ed altre centinaia di confinati ed anarchici dalle colonie di Ventoténe e Ponza. Il numero complessivo dei presenti salì così a 3.620 + 500 uomini di guardia.

Con l’arrivo dei prigionieri politici cambiò anche l’atmosfera nel campo ed iniziarono proteste, scioperi della fame e dimostrazioni.

Dopo l’8 settembre la situazione si fece sempre più tesa: molti militari di guardia fuggirono, altri sbandati giunsero al campo; la sera del 9 ci fu una sparatoria con quattro feriti, gli internati ed i confinati politici cominciarono ad essere rilasciati. Tutti quanti temevano l’imminente arrivo dei tedeschi, perché deportavano chiunque, soprattutto i militari.

Il pomeriggio del sabato 14 settembre 1943, poco dopo l’arrivo, forse casuale, di tre autoblindo tedesche, i militari rimasti si diedero alla fuga. Quando gli internati si resero conto che non c’era più alcun controllo, abbatterono il cancello e fuggirono verso i monti che separano la Valtiberina dall’Adriatico. Numerosi ex-prigionieri del campo di Renicci costituirono o entrarono a far parte di formazioni partigiane operanti nell’Appennino Tosco-Marchigiano.

Le notizie sono state ricavate dai siti sotto riportati che consiglio di visitare per un miglior approfondimento, ad essi rimando anche per altre immagini e le fotografie:

- http://www.campifascisti.it/scheda_campo.php?id_campo=373 (consultato il 18-4-2017)
- http://www.campifascisti.it/scheda_campo.php?id_campo=64 (consultato il 18-4-2017)
- http://www.storiaememorie.it/villaoliveto/Home.htm (consultato il 18-4-2017) in PDF >>>

Fronte della cartolina illustrata del 27 agosto 1942
(collezione Carlo Pittarelli)


(collezione Carlo Pittarelli)

 

Nell'estate del 1941, l'impresa Architetto G. Berni iniziò a costruire il campo. Quando arrivarono i prigionieri, nell'ottobre del 1942, i lavori non erano ancora terminati. Molti prigionieri dormivano in tende montate da loro. Non permettevano neanche di mettere a terra delle frasche per poggiarvi le coperte. Scarso il vitto. Molti prigionieri si nutrivano di ghiande.

Gli internati non erano prigionieri di guerra, ma in gran parte antifascisti o presunti tali. Per lo più sloveni, croati, qualche serbo e montenegrino, alcuni albanesi e greci. A questi si aggiunsero italiani, per lo più anarchici. C'erano anche una trentina di ragazzi fra i quattordici e i diciassette anni. Molti di loro venivano dal campo di Gonars (vicino a Gorizia) o da Arbe, un'isola a sud della Dalmazia, uno dei campi italiani piú feroci e terribili, dove, per le pessime condizioni del lager, morirono piú di quattromila e cinquecento persone, a una media di dodici decessi al giorno, soprattutto tra vecchi e bambini.

Circa centocinquanta persone morirono durante la loro permanenza a Renicci. Basterebbe il drammatico appello giunto da qui nel novembre del 1942: «Ora che siamo qui da sei settimane, dunque quasi quaranta notti sotto le tende, col tempo piovoso e freddo per coloro che non hanno abiti, la situazione è piú grave. Le baracche per ora non sono abitabili, soltanto due verranno assegnate ai bambini e agli ammalati. Sono pavimentate in cemento, non abbiamo uno spaccio, tutto ciò può ben illustrare le dolorose conseguenze che lasceranno il freddo e la fame».La gente letteralmente muore al cospetto di tutti, gli internati si spengono come lumicini senza olio (1).

I morti nel campo erano messi sotto una tenda, fuori dal reticolato, nell'attesa che un militare del posto sistemasse le casse, costruite con le assi in legno delle cassette di frutta. Lo stesso podestà di Anghiari, Talete Bartolomei, lamenta, in una lettera al comando territoriale di Firenze, che il cimitero di Anghiari non riesce a ospitare tanti morti. Nel 1973 fu costruito a San Sepolcro un museo della Resistenza anche a ricordo delle vittime. Episodi di violenza, di uccisione sono finiti nel dimenticatoio. Un internato fu ucciso da una guardia mentre tentava di scavalcare il reticolato; un ragazzo che aveva tentato la fuga fu ripreso e picchiato duramente.

Dopo il 25 luglio gli internati pensavano di essere sulla via della salvezza. Molti, per lo piú antifascisti, si cominciarono a preparare per fuggire sulle montagne. Poco dopo lo sbarco in Sicilia (9 luglio) e la caduta del fascismo, arrivarono a Renicci molti prigionieri politici confinati nella colonia penale di Ventotene. Erano per lo piú anarchici e comunisti. Le guardie del campo non erano benevole nei confronti di questi internati. Oltre che da Ventotene giungevano confinati da Pisticci, Ustica, Ponza. Questi prigionieri costituirono senza dubbio l'elemento perturbatore, incitando anche i prigionieri di altre nazionalità.

Il fermento si accentuò l'8 settembre, giorno dell'armistizio. Gli internati si rifiutarono di presentarsi all'appello quotidiano. Nonostante minacce e arresti, il 9 settembre il campo è in subbuglio. Si ordina di sparare solo nei confronti dei rivoltosi politici (non abbiamo elementi certi, si pensa che un detenuto fosse stato ucciso e quattro feriti). Gli ultimi giorni nel campo di Renicci furono confusi e le testimonianze sono poco attendibili. Una mattina arrivarono due camionette tedesche con la semplice intenzione di fare una ricognizione. La notizia dell'arrivo dei tedeschi fece precipitare la situazione. Ci fu un fuggi fuggi generale. Si squarciarono i reticolati e tutti scapparono verso le montagne vicine.

Perché i tedeschi qui non deportarono i prigionieri? Perché permisero che i detenuti fuggissero? Al contrario di Urbisaglia, Civitella del Tronto, Alatri, dove gli internati furono portati verso campi di concentramento tedeschi. Forse perché lí non c'erano ebrei? Tutto resta avvolto nel mistero. Anche perché Renicci risulta, con Le Fraschette, tra i campi dove la vita fu piú dura e terribile.

Daniele Finzi cerca di immaginare la scena della evasione: i soldati italiani di fronte all'arrivo dei tedeschi scappano e gli internati rompono le reti. Si tratta di un notevole numero di prigionieri, all'incirca quattromila. Dopo l'allontanamento dei tedeschi (nel tardo pomeriggio del 14 settembre 1943) il campo fu assalito e saccheggiato da alcuni militari e da persone del posto. Portarono via tutto: viveri, coperte, lenzuola, carte, fotografie, quasi a voler cancellare tutto.

In novembre il campo fu riaperto e messo a disposizione della questura di Arezzo. Vi erano internati civili fermati per motivi politici e il centro veniva gestito dalla milizia fascista. La storia del campo di concentramento di Renicci non finiva qui. Piú tardi divenne un centro di raccolta di residuati bellici. Il 27 luglio del 1946 avvenne un'esplosione che causò la morte di due uomini. Entro la fine del '46 gran parte delle munizioni furono fatte brillare vicino al Tevere.
da http://doczz.it/doc/1563432/formato-pdf (26-06-2017)

 

1. Carlo Spartaco Capogreco, «Renicci. Un campo in riva al Tevere», Fondazione Ferramonti, Cosenza, 1998, p. 107