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  Le stragi dimenticate
CAVRIGLIA 1944. Quando un tedesco preferì morire piuttosto che uccidere 74 innocenti Italiani
Lorenzo Oliveri

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In occasione della Festa della Liberazione, come già fatto negli anni precedenti su questa Rivista, vorrei proseguire nel tentativo di riportare alla memoria un altro fra i numerosi tragici episodi che hanno costellato la nostra storia durante l'ultima guerra: la strage avvenuta nel luglio 1944 nel Comune di Cavriglia, in provincia di Arezzo.

Anche se oggi è ritornato di "attualità" rimettere in discussione le responsabilità che stanno dietro a questi fatti, in effetti sono discorsi che vengono da lontano: da sempre ho sentito dire che se a Roma non ci fosse stato l'attentato di Via Rasella, non ci sarebbero state le Fosse Ardeatine, se a Genova non fossero stati uccisi i soldati tedeschi al Cinema Odeon non avrebbe avuto luogo l'eccidio del Turchino, cosi a Cavriglia Filippo Boni, autore del libro da cui ho tratto la maggior parte dei dati di questo articolo (vedi bibliografia), per questa strage parla di "memoria divisa".

Se nessuno avesse opposto resistenza, gli Alleati avrebbero vinto ugualmente la guerra, ma, probabilmente, anziché vivere in una repubblica libera, pur con tutti i suoi problemi, avremmo ancora al potere la dinastia dei Savoia, così se oggi gli Ucraini non si fossero opposti all'invasione russa, sicuramente non ci sarebbero stati centinaia di migliaia di morti, però la loro terra sarebbe ora una provincia della Russia... Posso umanamente comprendere, per esempio, le rimostranze di madri, mogli, sorelle, figli dei martiri di Cavriglia; Boni dice: "Per anni i partigiani furono considerati responsabili dei massacri a causa delle azioni di guerriglia da loro compiute nei mesi precedenti la strage", ma non è accettabile, storicamente, che di queste recriminazioni se ne faccia ancora oggi un uso politico.

Questa vicenda si svolge su un territorio poco lontano da quello in cui avvenne la strage della Niccioleta, di cui ho trattato su questa rivista due anni fa (https://www.ilpostalista.it/pm_file/pm_177.htm). Anche le analogie che legano i due episodi sono numerose: dall'ambiente sociale legato alle miniere, cui appartiene la maggioranza delle vittime (a Massa Marittima l'estrazione della pirite, a Cavrigia la lignite), al fatto che in entrambe le situazioni vengono colpite soprattutto le frazioni dei Comuni (nel primo caso Niccioleta, nel secondo Castelnuovo dei Sabbioni, Meleto Valdarno, Massa dei Sabbioni, Le Matole, Santa Barbara), in ambedue gli eccidi vengono uccisi solo uomini e i corpi vengono resi irriconoscibili: alla Niccioleta attraverso i soffioni boraciferi, qui, dopo essere irrorati di benzina, sono dati alle fiamme.



Impronte delle macchine affrancatrici della Società Mineraria del Valdarno (che provvedeva all'estrazione della lignite) e della Società Elettrica del Valdarno (che utilizzava il minerale per produrre energia elettrica). Buona parte dei trucidati svolgeva la propria attività presso queste aziende.

 

Due cartoline (in partenza e in arrivo) relative alla Fattoria San Pancrazio di Castelnuovo dei Sabbioni: oltre l'attività mineraria, in zona erano presenti alcune aziende agricole (fra le vittime dell'eccidio figurano anche numerosi coloni).

 

Castelnuovo e Santa Barbara come si presentavano all'epoca della strage.


Per numero di civili inermi uccisi questa strage, con le sue 192 vittime, nella triste classifica degli eccidi nazi-fascisti è preceduta solo da Marzabotto e Stazzema.

Siamo nel luglio 1944 e il fronte del conflitto, che sta risalendo lentamente la Penisola, è ormai in prossimità della Toscana: l'esercito tedesco sta ritirandosi, cercando di rallentare il più possibile l'avanzata degli Alleati. I vari bandi della Repubblica Sociale Italiana, che, tra l'altro, incontrano la contrarietà degli stessi Tedeschi, anziché portare ad un incremento delle inconsistenti truppe repubblichine, hanno favorito soprattutto la fuga di molti giovani verso le formazioni partigiane.

Per l'esercito nazista la presenza di questi gruppi di resistenti, appoggiati più o meno apertamente dalle popolazioni locali, all’interno del territorio sotto il proprio controllo costituisce un'insopportabile spina nel fianco, in quanto mina la sicurezza delle retrovie, con continui attacchi e sabotaggi.

Nonostante i rastrellamenti, i partigiani continuano a crescere e a creare sempre più problemi all'esercito tedesco: viene decisa, pertanto, una strategia del terrore, che mira a colpire i civili, in modo da spingere le popolazioni locali a non sopportare più quelli che vengono chiamati "ribelli" o "banditi".

A differenza di quanto accadrà a S. Anna di Stazzema o a Marzabotto, qui vengono risparmiati i bambini e le donne, mentre per gli uomini non esiste alcuna possibilità di salvezza: sembra incredibile ma fra i fucilati figurano Ferdinando Tilli, ex segretario del fascio e iscritto al Partito Fascista Repubblicano, Ido Matassini, autista in servizio presso il comando tedesco di Montevarchi, e Argante Marzocchi, ufficiale dell'esercito repubblichino in licenza.


Due cartoline di Cavriglia come si presentava nel periodo in cui avvenne l'eccidio (le seconda riproduce un particolare della prima, senza l'inquadratura della "Casa del Fascio").


Chi vuole conoscere ulteriori particolari su questo avvenimento può consultare il libro di Filippo Boni, che qui ringrazio per la sua gentilezza e disponibilità nel consentirmi di riportare un significativo episodio accaduto durante l'eccidio di Cavriglia.

(...) Don Ferrante consumò le particole rimaste nel calice, alzò le braccia al cielo ancora una volta e osservò le nuvole aprirsi a uno spiraglio di luce. Chiuse gli occhi e urlò: "Fratelli, ripetete insieme a me: muoio in nome di Dio e della patria!". Appiccicati al muro, urlarono con tutta la loro forza: "Muoio in nome di Dio e della patria!". Il braccio di Wolf, che era ancora alzato verso le nuvole, si abbassò repentinamente. Era il segnale decisivo. Don Ferrante Bagiardi si voltò, lasciò cadere il calice a terra. Il suo sguardo incrociò per qualche istante quello del comandante. Il soldato che reggeva la mitragliatrice fece una smorfia, cacciò un urlo di disperazione e scoppiò in lacrime. Tremava, non aveva il coraggio d'innescare la scintilla della carneficina. Wolf lanciò un grido barbaro, colpì con calcio il giovane soldato e lo fece rovinare a terra. Un tenente dagli occhi spietati prese posto dietro la mitragliatrice e premette il grilletto con tutta la forza e la rabbia che aveva.(...)

Il sangue colò in tiepidi rivoli sulla terra battuta della piazza e formò delle piccole pozze rosse, dense. Nessuna vittima parve muoversi più. Una donna aveva visto tutto da dietro una persiana di una casa dirimpetto alla piazza. Un'altra da un giardino. Era uscita sull'erba a cinquanta metri dal luogo del massacro e pochi istanti prima degli spari era stata riconosciuta da suo padre, che era tra i rastrellati. Un attimo prima di morire sotto i colpi della mitragliatrice, le aveva mimato un abbraccio, l'aveva salutata con la mano destra e le aveva mandato un bacio. Poi aveva provato a correre verso di lei, ma in quel momento esatto la mitragliatrice, posta su un tombino in ghisa della piazza, aveva iniziato a sparare e lei lo aveva visto cadere a terra, crivellato dai proiettili.

Ora, sotto la leggera pioggia di luglio, parve essere davvero tutto finito. Wolf osservò il mucchio di quasi settanta cadaveri muoversi, scuotersi, vibrare e lentamente placarsi fino a restare immobili come la roccia che aveva assistito all'intera scena. Wolf si avvicinò. Si asciugò le gocce di pioggia che gli bagnavano le mani, sfiorò alcuni cadaveri e si rese conto che qualcuno in verità non era morto, ma agonizzava. Li contò lentamente, cercò di verificare il numero esatto anche se non fu semplice, dato che erano accatastati uno sull'altro. Poi si voltò e in un angolo della piazza vide il soldato che aveva esitato e si era bloccato un attimo prima di premere il grilletto della mitraglia, Era seduto su un muretto, a testa china. Lo raggiunse. "Tu non sarai mai degno di essere un uomo del Terzo Reich" lo ammonì violentemente. Quello non alzò lo sguardo. Wolf lo sentì singhiozzare. "Gli uomini di razza ariana devono saper adempiere al proprio dovere fino all'ultimo, costi quel che costi. Quello che noi abbiamo compiuto oggi non è il male, ma il bene assoluto per il nostro popolo. Questi uomini erano tutti sporchi traditori partigiani."

Il soldato non disse niente, ma finalmente sollevò la testa. Guardò Wolf negli occhi, ma vide solo ghiaccio. Eppure le urla, le suppliche, le preghiere, i silenzi colmi di terrore, i nomi delle mogli e dei figli urlati nell'attimo prima di morire da quei poveri condannati a morte li aveva uditi anche lui. "Capitano, lei sta mentendo. Ma non a me, a se stesso. Questi erano cittadini onesti, non avevano fatto nulla. Li ho visti venire a morire con gli occhi sereni. Tra loro c'erano operai, minatori, artigiani, impiegati, dirigenti. Sono entrato anch'io nelle loro case per rastrellarli. Sono andato anch'io a svegliarli nel sonno, a tirarli giù dal letto con il fucile puntato. Alcuni mi hanno seguito senza alcuna reazione, altri hanno pianto senza sapere cosa stesse accadendo. Tutti prima di uscire hanno abbracciato le proprie mogli, i propri figli, li hanno salutati sicuri che non gli sarebbe accaduto nulla di male. Perché si sentivano innocenti, capitano. Non erano partigiani. Erano persone qualunque, e noi le abbiamo massacrate senza pietà, senza un processo, senza alcun diritto. Come fa a non capirlo? Non sarò degno di essere un uomo del Terzo Reich, ma da uomo come tanti le garantisco che questa mattina abbiamo ammazzato settanta innocenti. Ho una bambina a casa che mi aspetta al ritorno da questo inferno di guerra. Ho una bambina come avevano dei figli questi padri che ora giacciono qui, davanti ai nostri piedi, in questa pozza di sangue. Non avrò più il coraggio di guardarla negli occhi per il resto dei miei giorni. Mi sentirò colpevole di questa carneficina per sempre, perché i loro sguardi, le loro parole, le loro suppliche mi tormenteranno tutta l'esistenza, come di sicuro tormenteranno anche la sua." Si appoggiò le mani sulla testa e pianse in silenzio. Wolf non replicò e si rivolse agli altri soldati. "Venite immediatamente qui." I sei uomini rimasti sulla piazza si avvicinarono. "Guardate come muore un uomo indegno del Terzo Reich che antepone i sentimenti al proprio dovere." Il comandante estrasse la pistola dalla fondina. Il giovane soldato non ebbe nemmeno il tempo di alzare gli occhi. Non riuscì neppure a pensare per l'ultima volta a sua figlia che lo aspettava a casa. Crollò a terra raggiunto da un colpo alla testa.

"Ora tocca a voi, andate da quei settanta traditori e sparate il colpo di grazia a chi sembra ancora vivo." Loro non replicarono; si voltarono, si avvicinarono al mucchio di morti e iniziarono a sparare uno, due, tre colpi ciascuno.

Poi Wolf chiamò un tenente. "Vada a dire al sergente che sta tenendo a bada il secondo gruppo di quaranta uomini qui sotto che sono tutti liberi di tornare a casa. Abbiamo raggiunto una quota sufficiente, sono salvi." Il militare corse alla curva chiamata Zungheri e riferì di lasciar andare tutti gli altri che ormai, dopo aver udito la mitragliatrice, erano persuasi che presto la stessa sorte sarebbe toccata anche a loro. Increduli, tornarono alle proprie case, poi corsero per riabbracciare le proprie mogli e i propri figli che nel frattempo erano fuggiti fuori del paese. (...)

Cavriglia, come si presenta oggi il monumento-ricordo della strage.

 

Note a margine:

Nelle diverse frazioni di Cavriglia vennero uccise in totale 192 persone, i cui corpi furono dati alle fiamme; la stessa sorte toccò a tutti i centri abitati.

Fra i fucilati il 4 luglio a Castelnuovo dei Sabbioni vi era il dott. Giorgio Cavalli, caposervizio della miniera di S. Barbara, e padre del noto stilista Roberto Cavalli, che, in ricordo del genitore, ha chiamato Giorgio uno dei suoi figli.

Visto che ci interessiamo di storia postale, segnalo che tra le vittime vi fu Borgia Mariano, detto Rutilio, di professione portalettere.


Annotazioni filatelico-postali relative alla zona della strage.

Nel comune di Cavriglia, secondo l'Elenco degli stabilimenti postali del Regno d'Italia (I.P.S. Roma 1943) erano attivi i seguenti uffici postali:

CAVRIGLIA - Ricevitoria postale e telegrafica di 2^ classe

CASTELNUOVO DEI SABBIONI - Ricevitoria postale e telegrafica di 2^ classe

MELETO - Ricevitoria postale di 2^ classe

Annulli postali utilizzati nel periodo considerato.


Impronte di affrancatrici meccaniche in dotazione presso aziende ed enti del comune di Cavriglia.


Bibliografia:

Filippo Boni, MUOIO PER TE, Longanesi, 2021

Lorenzo Oliveri
22-04-2023