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L’ultimo guardiano del faro di
punta Palascia a Otranto
Gianni Vitale

Nei giorni scorsi è scomparso all’età di ottantotto anni Elio Vitiello, l’ultimo guardiano del faro di Punta Palascia a Otranto.

La Punta Palascìa, comunemente “Capo d’Otranto”, è il punto più orientale d’Italia, da qui la costa albanese dista soli 73-74 km, è così vicina che alcuni giorni dalla costa otrantina è possibile vedere le montagne albanesi.

Il Faro è una meravigliosa struttura architettonica, recentemente ristrutturata e tutelata dalla Commissione Europea, che rappresenta il simbolo di Capo d’Otranto; grazie all’interesse della Comunità Europea per questo luogo ameno, è stato costruito, a poca distanza dal Faro, un Museo Multimediale del mare. Costituisce spesso meta di turisti e curiosi, anche grazie alla tradizione che, annualmente, ogni notte di San Silvestro richiama una moltitudine di persone in attesa dell’alba del capodanno ai piedi del faro, trattandosi della prima alba del nuovo anno in Italia.
Secondo le convenzioni nautiche questo luogo (40° parallelo) è il punto di separazione tra il Mar Ionio e il Mare Adriatico.

Punta Palascia è raggiungibile dalla strada litoranea che da Otranto porta verso Santa Maria di Leuca. Prima dell’attuale costruzione in questo stesso luogo, si trovava un’antica torre d’avvistamento risalente al XV-XVI secolo. L’edificio aveva la funzione di controllare le coste dalle incursioni dei pirati provenienti dalla Turchia. La struttura venne abbandonata, cadde in abbandono e nel 1869 fu del tutto rasa al suolo. Successivamente si realizzò il faro, gestito dalla Marina Militare Italiana, rimasto in funzione come stazione meteorologica fino agli anni ’70.

Elio Paiano sul Nuovo Quotidiano di Puglia del 4 giugno scorso lo ricorda:

Elio arrivò ad Otranto nel 1956, veniva dal faro del Molo di San Vincenzo a Napoli, ultimo rappresentante di una famiglia di fieri ed orgogliosi faristi: il fratello Benedetto ed il padre Agostino.

A Otranto trovò pure l’amore. Si, perché si sposò ad Otranto e proprio al Faro di Palascia fece la sua luna di miele con Rosina Greco (idruntina) nel settembre del 1958. Non sembra una storia vera, sembra la trama di un romanzo, ma non lo è. I due sposini vanno lì, in quel luogo estremo. Venti anni di vita al faro, lui che non sospettava nemmeno, il primo giorno che entrò nel grande edificio dell’Ottocento, che sarebbe stato l’ultimo guardiano del faro. Invece fu proprio lui quello incaricato a consegnare, nel 1978, dopo 22 anni di servizio, le chiavi all’Intendenza di Finanza: finiva un mondo. Nessuno più sarebbe rimasto le notti a scrutare il mare, a guardare anche il più minimo segnale per dare l’allarme, prestare soccorso.

I ricordi di Elio erano tanti: «Pasqualino, il massaro della Masseria Caprara, ci portava il formaggio fresco e quasi sempre si fermava a pranzo, i pescatori di Otranto e Castro, i marinai della Metauro che rifornivano il faro di acqua, camminando sugli scogli in un equilibrio incredibile, sui sandali. E poi gli amici che, per tenergli compagnia, scendevano e si fermavano a condividere un pasto, per farsi un po’ di compagnia prima del turno di servizio». E poi lui, il faro, quasi una creatura vivente, con i suoi tempi, i suoi bisogni: «Funzionava a vapori di petrolio, una grossa lampada riscaldava il petrolio e questo evaporava bagnando la retina ed incendiandosi, né più né meno che come una grossa lampara».

E poi il servizio, l’attenzione alla luce ed alla rotazione: «Aveva sette ore di autonomia ed era controllata da un orologio, ma ogni notte bisognava percorrere i 132 gradini che portano alla lampada e stare di vedetta, col mare in burrasca ed il vento che entrava da tutte le parti. Solo nel 1966 arrivò l’elettrificazione».

E poi, ancora, i ricordi di questo lavoro, duro e bellissimo, ma impossibile da fare senza passione: «Il sistema di segnalazione lungo la costa idruntina comprendeva vari fari e fanali». Il faro della Punta possedeva l’alloggio del fanalista (ancora oggi esistente, a pochi metri dallo stesso). Qui l’incaricato del servizio era costretto a controllarne il corretto funzionamento, ma non solo. Dalla sommità dello stesso faro, più volte ogni sera, doveva verificare se il fanale galleggiante posto presso la secca di Missipezze fosse acceso. Missipezze era un pericolo molto serio per la navigazione, almeno fino a che non entrò in funzione definitivamente il Faro di Sant’Andrea.

Ritornando alle origini di punta Palascia dobbiamo rilevare che nelle sue vicinanze, percorrendo stradine poco accessibili color rosso scuro con una serie di tornanti, si erge la Torre del Serpe entrambi punti strategici che come due vedette sembra che siano lì per controllare la zona. Probabilmente il sistema difensivo di torri venne realizzato dopo il 1480. Si tratta di torri di avvistamento che potevano raggiungere i 25 metri di altezza, di forma cilindrica e tronco-conica. Le segnalazioni con fuochi e fumate, in linguaggio semaforico, avvisavano di un imminente pericolo derivante da incursioni saracene e piratesche. Un’antica legenda racconta che un grosso serpente abbia bevuto l’olio e spento la luce di segnalazione nel tentativo di evitare lo sbarco dei Turchi avvenuto ad Otranto nel 1480.
Constatata l’importanza dell’ubicazione prospicente il canale d’Otranto, la punta più ad est della nostra penisola, il 10 agosto 1874 venne aperta nella sede del faro una postazione semaforica al posto di quella di San Nicola di Casole.


La sede era dotata di un semaforo collegato alla rete telegrafica elettrica e del servizio di stazione metereologica.

Il principale servizio era la ricezione o trasmissione di telegrammi ossia messaggi scambiati tra mezzi marittimi in navigazione e la postazione semaforica sul litorale che successivamente provvedeva ad inoltrare. Non di secondaria importanza la trasmissione di telegrammi metereologici, servizio a richiesta dai naviganti, comunicato giornalmente dall’ufficio centrale di meteorologia.

Infine del tutto caratteristico era il servizio dei telegrammi di scoverta che consistevano nell’avviso telegrafico dell’arrivo di una nave o il passaggio di navi facenti viaggi periodici davanti a una o più stazioni semaforiche.

Quindi queste strutture che inizialmente avevano un interesse prevalente per lo Stato divennero col passare degli anni stabili istituzioni al servizio della navigazione, anche privata. (da: Un posto chiamato Semaforo di Luigi Ruggero Cataldi).

Elio Vitiello ha vissuto insieme alle istituzioni della Marina Militare, vent’anni di vita nel faro tra intemperie e giornate di sole, venti e isolamento. Era stato, così, l’ultimo guardiano del faro. Un mestiere da letteratura, a guardare il mare e scrutare l’orizzonte, un lavoro duro e solitario, per veri amanti del mare, pronti a dare l’allarme se qualcuno era in difficoltà tra i marosi.

Che sceglievano di isolarsi, per distribuire luce intorno spiega Matvejevic’, scrittore croato, naturalizzato italiano.
Un ultimo saluto e che la terra ti sia lieve.

Gianni Vitale
12-06-2020