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IL PEDIGREE IN FILATELIA |
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| Le "divise uniformi" degli impiegati delle Poste Granducali - 1835 |
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Il collezionismo filatelico degli Antichi Stati Italiani poggia su basi strutturalmente fragili, se guardiamo alla natura intrinseca degli oggetti d’interesse, alle intemperie a cui vanno incontro, all’ineliminabile foschia che li circonda, alle controversie che li accompagnano nei circuiti di scambio: oggetti piccoli e artigianali, che attraversano il tempo sul più fragile dei supporti materiali, e con un’età che veleggia verso i due secoli; sarà sempre possibile trovargli un difetto, vero e più spesso presunto, un motivo di discussione, un aspetto controverso; il mercato è poi infestato da abili falsificazioni, e non appena si alza il livello si scoprono addirittura pezzi tanto famosi quanto chiacchierati; per colmo d’impostura, infine, sono francobolli che costano parecchio. Già agli albori della filatelia si è avvertita l’urgenza di un contrappeso a così tanta incertezza, per mitigare la soggettività valutativa e creare una base condivisa a tutela delle transazioni. Dallo spiccare di personaggi come Emilio Diena e Romolo Mezzadri ha preso forma la figura del perito filatelico, in linea di principio un soggetto terzo rispetto a commercianti e collezionisti, in grado di mediare tra forze opposte e trovare un punto di atterraggio attraverso le sue opinioni qualificate [1]. Raramente, tuttavia, gli epigoni dei maestri hanno eguagliato anche solo la metà della loro caratura, e il mondo peritale ha finito col trasformarsi paradossalmente in una ulteriore fonte di rumore, di confusione, sino a indurre delle buffe inversioni metodologiche, col certificato in sé percepito più rilevante dell'oggetto certificato.
Si ha la sensazione generale persistente, sgradevole che l’intero mondo filatelico sia costruito su sabbie mobili, sebbene si cerchino di continuo i punti relativamente meno pericolosi su cui porre i pilastri del proprio collezionare. E quali sono questi punti? è possibile identificarne almeno uno?
Pedigree è una parola di origine francese pié de grue, zampa di gru che al principio indicava i tratti rettilinei con cui si rappresentava la genealogia nei registri nobiliari inglesi; è stata poi impiegata per attestare la discendenza dei cavalli da corsa, e in seguito di cani e gatti, per rassicurare sull’assenza di elementi spuri, di deviazioni rispetto a uno standard (naturale o artificiale). Il perimetro di applicazione si è dunque esteso dagli individui agli animali, e lo si può dilatare ancora, sino agli oggetti: il pedigree nell’accezione più generale è la certificazione di un’entità di riferimento, che ne documenta una storia di sicuro successo, di distinzione, perché solo i migliori hanno interesse a farsi conoscere e riconoscere, a distinguersi dagli altri. Gli oggetti da collezione sono candidati naturali a ricevere un pedigree: i collezionisti che li hanno posseduti, i periti (autorevoli) che li hanno esaminati e firmati, i mercanti che li hanno intermediati, e poi i realizzi nelle aste, le pubblicazioni specialistiche in cui sono recensiti, e non ultimo l’aneddotica e il folklore che li accompagnano, “tutto questo il collezionista lo vede confluire in una magica enciclopedia”, per riprendere le parole di Walter Benjamin. Far valere il pedigree è un atteggiamento ordinario nel mercato dell’antiquariato, che la filatelia di alto livello ha recepito da tempo. Il catalogo della Collezione del Banco di Sicilia aveva in premessa un intervento di Enzo Diena, che per tutti i pezzi “indipendentemente dal loro prezzo” esaltava il “blasone di aver appartenuto alla Mormino”.
La stessa enfasi si ritrova nella prefazione di Alberto Bolaffi al catalogo della “Collezione Pedemonte”, in cui ogni francobollo rappresenta “il più vibrante applauso che si possa tributare a un Grande Collezionista”.
La prefazione alla “Seta” è un’apologia del pedigree, col richiamo sistematico nella descrizione dei 479 lotti alla “prestigiosa provenienza” di ogni pezzo e il consiglio spassionato di “un acquisto in ricordo di questa collezione”.
Ma il pedigree non tocca solo corde sentimentali, non è una semplice leva emotiva. Il pedigree è una garanzia all’acquisto, tra le più affidabili e confortanti. Ne parlava Alberto Ponti - a lungo coordinatore delle aste filateliche della Bolaffi - nel “ritratto di un collezionista” dedicato a Maurice Burrus (nel numero 7 del magazine Best Bid, marzo 2017).
La Corinphila di Zurigo tra le più rinomate case d’asta al mondo ha messo il pedigree (la “provenance” al centro del discorso collezionistico e del suo approccio al mercato filatelico. “Provenance is a philatelic pedigree of former owners from the inception of philately until the present day” leggiamo nel sito internet, alla pagina dedicata alla Collezione Karl Louis “Frequently, the further back a philatelic pedigree goes, the more coveted the rarity becomes. Provenance is a quality seal. As in Art, Provenance is an indispensable attribute”. Il punto di vista è stato ribadito in una lettera aperta a conclusione delle aste 298-307, svolte tra il 2 e il 9 giugno 2023 in cui si tratteggia un collezionismo filatelico glorioso, dal passato denso di esperienze straordinarie, vissute da protagonisti altrettanto eccezionali, che implicitamente hanno arricchito tutti noi.
Deve infine far riflettere la scelta degli stessi periti filatelici, o almeno dei più avvertiti e scrupolosi, di dar risalto alla provenienza dei pezzi sottoposti al loro giudizio, nella consapevolezza del diverso peso (anche commerciale) di un’opinione ben contestualizzata e incardinata nella storia, rispetto a un parere lasciato cadere lì, autoreferenziale, un parere “perché sì”, magari ingolfato di aggettivazioni barocche nel maldestro tentativo di nascondere un ben misero passato.
Questo discorso di metodo trova da ultimo riscontro nelle più recenti dinamiche del mercato filatelico internazionale a cui la rivista Il Collezionista della Bolaffi dedica una rubrica fissa, emblematicamente intitolata “Fascino e successo delle grandi collezioni” in cui ogni partecipate è sempre più animato dal desiderio di “acquistare, oltre l’oggetto in sé, anche ciò che il pezzo ha da raccontare”.
Il pedigree filatelico in definitiva si va delineando come l’autentico baluardo a difesa dell’integrità del mercato, perché nulla e nessuno potrà cancellarlo o sovrascriverlo nessuna certificazione compiacente, nessun sophisma auctoritatis, nessun movimento scomposto guidato da invidia e gelosia, o da semplice calcolo di convenienza “perché nessuno”, parafrasando Oscar Wilde, “è così ricco e potente da poter cancellare il passato”.
Renato Mondolfo distribuisce il suo catalogo n. 7, nel dicembre del 1966. Nella tavola 111 compare il lotto 1095, un francobollo toscano granducale da 1 quattrino della tiratura su filigrana a linee ondulate, il cui prezzo dice molto più di qualsiasi aggettivo: oltre 3,5 volte la quotazione di catalogo (per confronto: il convertitore on-line del quotidiano Il Sole 24 Ore riproporziona 75.000 lire del 1961 a circa 1.000 euro odierni, quindi il francobollo veniva offerto a oltre 3.500 euro correnti).
È ben nota nell’ambiente filatelico la filiazione putativa dell’Ingegner Giacomo Avanzo verso Renato Mondolfo: “piango oggi la perdita di un Amico, di un Padre e di un Maestro di Vita” scriverà l'Ingegner Avanzo nel presentare il suo catalogo n. 7 del 1992, per commemorare la scomparsa di Mondolfo e d’altra parte l’aver mutato la grafica dei cataloghi era già un segnale chiaro della loro intimità di rapporti.
Renato Mondolfo è stato un Amico, un Padre e un Maestro di Vita, per Giacomo Avanzo, ma ne ha pure rappresentato in senso concreto la principale fonte di approvvigionamento di materiale, una via privilegiata per la costruzione del proprio stock, offrendogli la possibilità di scegliere a piacere all’interno di un insieme già iper-selezionato lo stock di Mondolfo i pezzi da offrire a proprio nome. Chi possiede la cultura dei cataloghi del passato che è poi una premessa d’ordine logico, per un collezionismo consapevole avrà sicuramente notato la confluenza nello stock di Avanzo dei migliori pezzi di Mondolfo per rarità o qualità come lo stesso Ingegnere mi ha confermato: “posso dire di aver avuto la fortuna, il privilegio, dello ius prime noctis’ sullo stock di Renato Mondolfo”. A veicolare il messaggio con un’istantanea, si può dire che se lo stock di Mondolfo era tra i migliori al mondo, lo stock di Avanzo è stato costruito in larga misura pizzicandovi il meglio che vi era presente, per diventare in ultima analisi un inner circle tra le proposte filateliche già di alto livello. Non sorprende quindi ritrovare il quattrino da “3,5 volte il catalogo” di Mondolfo in tre offerte successive dell’Ingegner Avanzo, nell’aprile del 1987, nel febbraio 1990 a poi nel marzo 1992.
E qui serve premere il tasto “pausa”, mettere la narrazione in stand-by e recuperare un discorso di metodo. L’Ingegner Avanzo è l’erede naturale di Renato Mondolfo; ne ha recepito integralmente stile, modi e contenuti, esaltandoli. “I miei francobolli” mi ripete spesso, simpaticamente “non sporcano, mangiano pochissimo, tengono tanta compagnia e mi rendono felice come poche altre cose“. Per poi atterrare sull’inevitabile conclusione. “O li vendo ai prezzi che dico io, oppure rimangono con me”. Le cose non sono in realtà così drastiche come può testimoniare ogni suo cliente abituale ma non è questa la sede per discutere della larghezza di vedute dell’Ingegner Avanzo, in termini di sconti praticati e soprattutto di dilazioni nei pagamenti. Converrà pertanto attenersi alla linea ufficiale, alla politica commerciale dichiarata: i pezzi dell’Ingegner Avanzo si vendono ai prezzi dell’Ingegner Avanzo trattandosi di francobolli pregiati, ognuno unico a suo modo in linea con l’atteggiamento del suo mentore, di Renato Mondolfo. Ecco perché il “quattrino Mondolfo”, il quattrino da “3,5 volte il catalogo”, lo vediamo difeso a spada tratta, proposto da Avanzo a prezzi crescenti nel tempo, a smontare l’intuizione banale per cui se un oggetto resta invenduto allora serve ridurne il prezzo (come in effetti avviene per i pezzi ordinari) e in coerenza con un commercio di matrice antiquariale (per cui questo è il miglior prezzo di oggi, valutatene pure la convenienza, ma sappiate già che domani costerà di più). Commerciare francobolli ad alto livello significa anche saper attendere: il momento giusto, la situazione favorevole, l’acquirente in grado di capire e apprezzare e conseguentemente ben disposto pagare. E il momento arriva: a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio prende forma e si sviluppa una collezione di Antichi Stati Italiani sui generis, per molti versi avulsa da una preordinata logica filatelica, e tuttavia destinata a fare storia: la “Luxus”, che già nel nome dichiara il suo statuto, e nel sottotitolo “The Pursuit of Perfection” smazza via eventuali dubbi residui sulla filosofia ispiratrice. La “Luxus” è il luogo d’elezione del “quattrino Mondolfo-Avanzo”, che compare già nel primo dei tre cataloghi d’asta di David Feldman (con cui la collezione fu dispersa tra il maggio 2009 e il maggio 2010).
“Superb in all respect” recita la descrizione, e una base d’asta irritualmente superiore alla quotazione di catalogo è lì a confermare l'eccezionalità del pezzo. Al martelletto, il “quattrino Mondolfo-Avanzo” segna un’aggiudicazione di 1.900 euro da maggiorare per commissioni d’asta e costi doganali svizzeri, con un conto finale oltre i 2.500 euro per diventare, a quel punto, il “quattrino Mondolfo-Avanzo-Luxus”.
E qui serve un altro pit-stop. L’asta “Luxus” rappresentò un evento anomalo, nel mercato filatelico: in sole tre tornate, racchiuse in un solo anno, fu proposta una quantità inusuale di pezzi d’eccezione, intermediati a condizioni rimaste a tutt’oggi opache (per cui non si è mai chiarito se e in che misura la casa d'asta operasse come semplice agente, e in che misura fosse invece proprietaria dei pezzi offerti, quindi interessata a difenderli attraverso il meccanismo dei cosiddetti “prezzi di riserva”); chi partecipò riferisce poi di una gran confusione in sala (fisica e virtuale) con un susseguirsi dei rilanci così frenetico, da non aver neppure la possibilità di capire contro chi si stesse gareggiando; e tanto altro si potrebbe ancora raccontare, ma tanto può bastare a capire la singolarità della situazione. Solo per dare un esempio tra i numerosi che ognuno potrà scovare da sé, avendo tempo, voglia e curiosità si può citare il caso del lotto 20032 della prima tornata, una splendida Croce di Savoia, ex Burrus, ex Mondolfo, ex “Scilla e Cariddi” (e di fatto il miglior esemplare noto).
La base d’asta ancora una volta è più eloquente di qualsiasi commento: di gran lunga superiore alla quotazione di catalogo e addirittura prossima a quella di una splendida Trinacria (di qualità Bolaffi 125%) presente nella stessa pagina (lotto 20031, € 7.500). Il realizzo dichiarato al solito: da maggiorare per diritti d’asta e costi doganali si attestava lievemente al di sotto della base (€ 5.500).
Curiosamente, però, la stessa Croce ricompare nella terza tornata della stessa “Luxus” (lotto 30057) con una stima iniziale tra € 4.000 ed € 6.000, e un realizzo sull’estremo inferiore della forbice valutativa.
Ognuno avrà capito da sé cosa sia accaduto con la Croce per quel minimo che conosca i meccanismi delle aste e lascio allora a ogni lettore il piacere di fare “2+2” anche per spiegare la ricomparsa del “quattrino Mondolfo-Avanzo-Luxus” nella vendita di Feldman del novembre 2010 Rarities of the World presentato come un esemplare “one in a million”.
Quel che accade dopo il novembre 2010 non è dato sapere, o meglio, chi sa qualcosa non ha mai parlato pubblicamente, e chi ha trascorso anni e anni a (s)parlare è solo chi non sa. Il quattrino s’inabissa, per far capolino oltre dieci anni dopo, nel 2023, nella Collezione “Marzocco” [2], e lo vediamo ora riapparire in un articolo di Tiziano Nocentini, che ne mostra e valorizza tutte quelle peculiarità tecniche che lo rendono ancora più bello, davvero superbo, realmente “one in a million”: un leone toscano a cui, sì, manca solo la parola.
Riferimenti 1. Sul mondo dei periti (e delle perizie filateliche). 2. La “Marzocco” era un progetto filatelico nato sul finire del 2013 poi abbandonato per cause di forza maggiore, e di recente recuperato con l’idea di allestire un “Museo dei Marzocchi”.
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