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La prigionia di mio padre

di Laura PORCIANI

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Dopo l’8 Sett. 1943 in Italia tutto si stravolse. Anche nei campi di prigionia le cose peggiorarono. Altre delusioni, altre incertezze, altre preoccupazioni e la speranza di tornare a casa si allontanava sempre di più. Tutti i POW hanno dovuto trovare la forza e la calma per affrontare quella imprevista e difficile situazione.
Si crearono tensioni anche tra i prigionieri all’interno del Campo 61 per divergenze politiche.

21 Settembre 1943 – Italia: Bombardamento americano su Livorno, numerose vittime civili…

12 marzo 1944 dal Campo 61


Ancora mesi e mesi di attesa e delusioni, un altro anno stava per finire! Questo era il 4° Natale lontano da casa, preoccupazioni e nostalgia sono sempre più forti ma, questo Natale, celebrato nel Campo 61, fu importante e speciale perché ci fu l’inaugurazione di un grande Monumento, da lui progettato e diretto nei lavori. Ne parlerò con dettaglio nella terza parte.
Allego invece un biglietto di Auguri, disegnato da un POW del Campo 61, a mio avviso, molto bello e di forte emotività.

Cartolina Natalizia 1944 dal Campo 61

il particolare:



Alla vigilia del suo 31° compleanno mio padre è sempre più preoccupato per le notizie dalla famiglia.

31 dicembre 1944 dal Campo 61

Questa frase, in chiusura della lettera:
Possa Iddio ricambiare in bene per voi e per la Patria la mia prigionia. Baci Bruno.” mi ha colpita molto. Non è solo una implorazione di preghiera al suo Dio. Non è un sentirsi sconfitto. Non direbbe mai: “getto le armi”!. Vuole, invece, sentirsi ancora un soldato utile e non di peso alla propria Patria. Molti Le hanno dato la loro vita, lui può offrire solo la sua libertà.

Il significato di questa sua ultima invocazione è spiegato molto bene da:

Umberto Capuzzo (LE CONDIZIONI NEI VARI FRONTI - pag. 100-101).

…..“E’ ben vero che l’alternanza di speranze e delusioni metteva a dura prova la capacità di obbiettivo distacco dagli eventi mano a mano che si dipanavano, ma è altrettanto vero che era impegno di tutti dare la sensazione di compattezza quanto meno di facciata, che servisse a convincere le autorità detentrici dell’inutilità dei tentativi di destabilizzare il sistema. Con l’ostentazione di un comportamento di convinta adesione al Governo legittimo, i prigionieri pensavano di essere, in un certo senso, partecipi - anch’essi - dello sforzo bellico che il Paese,
con le sue Forze Armate ed il suo popolo, era chiamato a fronteggiare…………..
osa di uno scontro epocale, nella capacità della dirigenza politica e militare del nostro Paese di venir fuori anche dalle situazioni più gravi. Fu un’illusione? A posteriori possiamo rispondere: Sì!. Allora, però, gli uomini della mia generazione o, per lo meno, la maggior parte di essi, anche se internamente morsi dal dubbio o addirittura animati da sentimenti di inconciliabilità ideologica, furono pienamente disponibili all’illusione. Era in gioco per loro la Patria (allora sempre con la “P” maiuscola!).

Più volte era stato chiesto ai POW di cooperare. Mio padre per la prima volta parla della sua eventuale accettazione della proposta di cooperazione. Le sue certezze cominciano a vacillare.

3 marzo 1945 dal Campo 61


Leggendo questa ultima lettera ho incominciato a capire quali fossero le motivazioni per le quali mio padre, come molti altri POW reduci, non ha mai voluto parlare delle sue esperienze di militare.
Per quanto lo stato di prigioniero gli permettesse, mio padre osservava con curiosità positiva la cultura e il modo di vivere di quel Paese. Aveva molto da imparare e avendo vissuto un ventennio di dittatura, temeva le risposte che avrebbe dovuto darsi e quindi cominciarono a nascere quei dubbi che l’avrebbero portato a rivedere le sue verità “scolpite nella roccia”.

Fu fortemente combattuto tra i suoi doveri di militare e quelli verso la famiglia che non riusciva a capire le sue motivazioni per la rinuncia alla cooperazione.

11 aprile 1945: lettera di sfogo alla famiglia


In questa lettera esprime tutto il suo travaglio. La delusione è fortissima.
Il suo rimpatrio avverrà il 16 Marzo 1946, non è un vincitore, non è un eroe, non ha partecipato fisicamente alle sofferenze dell’Italia. La Guerra era finita non c’era nessuna spiegazione da dare.

Oggi ho un rimpianto: non avere ascoltato il suo doloroso silenzio.