digressioni gastro - filateliche
a cura della
Brigata di Cucina del Postalista

tereré
Paraguay, 19 maggio 2021, Yvert 3318
 
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Filatelia Tematica



Questo mese l’allegra Brigata di Cucina del Postalista ha deciso di restare in Paraguay, non per assaggiare nuovi piatti locali, ma per gustare la bevanda che fin dai tempi antecedenti l’arrivo dei primi missionari gesuiti gli indios guaranì preparavano e consumavano con un rituale che ha molti punti in comune con quello argentino del mate, e che è rimasto sostanzialmente invariato fin dall’epoca precolombiana.

Anche il tereré, al pari del mate, si ricava dalle foglie della cosiddetta yerba buena (ilex paraguarensis), ricche di caffeina, teobromina e teofillina, e viene consumato in recipienti simili per costruzione, se non per forma, a quelli nei quali si beve il mate nella pampa argentina, ma le somiglianze si fermano qui.

Perché il tereré, termine che discende direttamente dal guaranì “terere”, probabilmente onomatopeico del rumore che si produce aspirando con l’apposita cannuccia l’ultimo tereré rimasto nella guampa, è un’infusione realizzata a freddo, e freddo (spesso addirittura con l’aggiunta di ghiaccio) si consuma. Inoltre, a differenza del mate, non è infuso in purezza, ma prevede sempre l’aggiunta di una o più erbe medicinali (o comunque aromatiche) come l’erba cedrina, il kyon (sorta di zenzero autoctono), la salsapariglia (sì, quella dei Puffi), la verbena, la menta e altre erbe tipiche di questa parte del mondo, definite nel loro insieme con il nome di pohã ñana, che sempre in guaranì sono le erbe medicinali, o ritenute tali.

Attestato fin dalle prime cronache dei missionari gesuiti del XVI secolo, il tereré è talmente radicato nelle usanze del Paraguay da essere incluso dall’UNESCO tra i Patrimoni Immateriali dell’Umanità, denominazione che include anche i metodi di preparazione, le erbe pohã ñana e il rituale di consumo. In tempi più recenti si è affermato anche il cosiddetto tereré “di succo” o “russo”, dove l’acqua fredda è rimpiazzata da succo di frutta o agrumi più o meno diluiti… una contaminazione che i puristi guardano con sospetto e che l’allegra Brigata di Cucina del Postalista si è ben guardata dal prendere in considerazione.

Abbiamo invece di buon grado accettato l’invito a prendere parte a un tereré yeré, un “giro di tereré” tradizionale. Il tereré viene preparato in un grande recipiente chiamato tykuador, mentre in un altro boccale si prepara anche l’infuso di pohã ñana. Seduti in cerchio, i partecipanti attendono che il cebador, colui che servirà da bere a tutta la compagnia, riempia la guampa, una sorta di tazza ricavata tradizionalmente da un corno di bovino o da un ramo di legno, e spesso intagliata e intarsiata riccamente, e cominci a passarla agli ospiti.

Il cebador è in genere il più giovane della compagnia, tanto che gli viene dato l’appellativo di pahague, termine guaranì che letteralmente significa “l’ultimo figlio nato in famiglia”, e a ogni giro si occupa di riempire la guampa e liberare la cannuccia da eventuali frammenti di yerba buena che fossero rimasti incastrati.

Curiosamente, e la cosa non è facile per noi “stranieri”, si deve assolutamente evitare di ringraziarlo, perché nel rituale del tereré yeré la parola gracias segnala che il bevitore che la pronuncia ne ha abbastanza, e quindi sarà automaticamente escluso da tutti i giri successivi…

...anche se quando è capitato a noi il cebador, rendendosi conto della nostra inesperienza, si è limitato a ridere divertito, ammiccando agli altri suoi connazionali e ha tranquillamente continuato a porgerci la guampa fino a quando il fondo del tykuador non è stato raggiunto.

 

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